Strumenti di accessibilità

Passa al contenuto principale

Tag: Vie ferrate Dolomiti

La prima ferrata delle Dolomiti è stata realizzata nel 1903 dalla sezione di Norimberga del Club Alpino Austro-Tedesco (il DÖAV) sulla Marmolada, altri percorsi derivano da quelli della Grande Guerra. Oggi i sentieri attrezzati delle Alpi e delle Prealpi sono centinaia, e comprendono celebrità come la Ferrata Tridentina del Sella e il Sentiero delle Bocchette del Brenta.
Le difficoltà variano da quelle modeste dei sentieri attrezzati alle ferrate “moderne” verticali e faticose. Chi non si è mai accostato a una ferrata e non ha esperienza di alpinismo farà bene a provare affidandosi a una guida alpina o iscrivendosi a un corso del CAI. L’equipaggiamento include un Set da ferrata, imbrago, casco. I guanti da ferrata, che lasciano liberi i polpastrelli, riducono i danni alle mani causati dalle corde metalliche.
In questa sezione troverete tanti itinerari di vie ferrate e sentieri attrezzati per esperienze straordinarie immersi nel magnifico scenario delle Dolomiti.

ferrata Lagazuoi

Il sentiero attrezzato Galleria del Piccolo Lagazuoi e la Grande Guerra

Tra gli itinerari selezionati da Federica Pellegrino e Marco Corriero per la guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti, non poteva mancare il sentiero attrezzato Galleria del Piccolo Lagazuoi. Gli autori ci descrivono così questa emozionante escursione.

La Grande Guerra introdusse un modo di combattere diverso dalle offensive di movimento: la cosiddetta “guerra di mine”. Squadre di minatori professionisti affiancarono le truppe alpine per scavare lunghi tunnel nelle montagne e far saltare le trincee nemiche. Richiedendo un ingente impiego di risorse, questo nuovo tipo di offesa venne concretamente realizzato solo in poche zone del fronte alpino. Una di queste è il Lagazuoi. Tra l’inverno e la primavera del 1917 gli italiani scavarono oltre un chilometro di gallerie e posizionarono 33.000 chili di esplosivo per far saltare le postazioni nemiche, sventrando il cuore della montagna.

La galleria italiana è stata completamente ripristinata in un itinerario attrezzato che offre una sintesi immediata delle condizioni in cui vissero i soldati, stretti nella morsa del gelo. Lungo il percorso si legge: “Ogni uomo che deve rimanere fuori dai ricoveri per lunghi servizi, sia provvisto possibilmente di due paia di guanti di lana o di manopole per poterli cambiare non appena un paio si inumidisce, perdendo lo scopo di proteggere contro il freddo. Buona misura è quella di mettere una fodera di carta nella manopola o nell’interno del guanto attorno al polso.”

La roccia del Lagazuoi parla di ingegno e disperazione: ascoltarla è un privilegio.

sentiero-gallerie-piccolo-lagazuoi

Chi vorrà avventurarsi su questo sentiero, ancora prima di cominciarlo, avrà subito modo di immergersi nell’atmosfera della Prima Guerra Mondiale.

Durante l’avvicinamento si passa sotto una tettoia rocciosa creatasi con lo scoppio delle mine che le truppe italiane fecero saltare il 21 giugno 1917, devastando le postazioni nemiche e modificando l’aspetto stesso del Piccolo Lagazuoi. Si attraversano i resti di trincee austriache e si percorre il bordo del cratere della prima mina, giungendo rapidamente all’ingresso delle gallerie a quota 2667 metri.

Da qui ha inizio il vero e proprio sentiero attrezzato, la cui descrizione e tracciato è nella guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti.

guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti

escursioni Lagazuoi e Tofane

Lagazuoi e Tofane per escursioni tra forti e trincee della Grande Guerra

Le tre Tofane (di Ròzes, di Mezzo, di Fuori) sono le vette di Cortina per antonomasia. Queste cime sono celebri tra gli alpinisti grazie alla impressionante parete Sud ovest della Tofana di Ròzes, che incombe con i suoi novecento metri di dislivello sulla strada del Passo Falzàrego.

Su questa muraglia, come sulle strutture vicine (la più bella e difficile è il Pilastro di Ròzes, a destra della parete per chi osserva) sono state tracciate vie di grande bellezza e spesso di alta o altissima difficoltà.

Verso ovest si affiancano alla Tofana di Ròzes ciò che resta del Castelletto, il lungo crinale roccioso del Lagazuoi e l’aguzza vetta del Sasso di Stria, che meritano una visita per i loro panorami. In questa zona, solcata dalle piste da sci che si abbassano verso il Passo Falzàrego e la Capanna Alpina, l’interesse dell’escursionista è attratto soprattutto dalle tracce lasciate un secolo fa dalle cruente battaglie della Grande Guerra. Forti, gallerie, trincee e crateri scavati dall’esplosione delle mine accompagnano chi sale verso i rifugi, i valichi e le vette.

Tantissime, belle ed emozionanti le vie ferrate presenti nella zona. Tra queste sono la ferrata Giovanni Lipella, la ferrata e il sentiero attrezzato Olivieri, la ferrata Giovanni Aglio, la ferrata Formentòn, il sentiero attrezzato Maria Luisa Astaldi, il sentiero attrezzato Galleria del Piccolo Lagazuoi, la ferrata Truppe Alpine, la ferrata Averau.

Appartiene a questo settore dei Monti Pallidi anche la magnifica e solitaria catena dei Fanis, che include la gialla e strapiombante parete Sud della Cima Scotoni, percorsa da alcuni degli itinerari di alta difficoltà più interessanti delle Dolomiti e che scende verso San Cassiano e l’alta Val Badia. L’Alta Via numero Uno aggira questa cima, per poi scendere al Lago Lagazuoi.

I rifugi di queste montagne si concentrano sui versanti di Cortina, di Passo Falzàrego e dell’alta Badia. Nulla invece esiste nella bellissima alta Val Travenànzes, dove il romantico rifugio dei primi anni del Novecento dedicato all’alpinista austriaco Viktor Wolf von Glanvell è stato distrutto durante la Prima Guerra Mondiale e mai più ricostruito.

Rifugio Scotoni
Rifugio Scotoni
itinerari grande guerra

Cortina e i suoi monti ricchi di storie

Una severa fortezza italiana sorveglia Cortina d’Ampezzo e la valle del Boite. Il Forte di Monte Rite, in territorio di Cibiana di Cadore, è stato costruito dal 1911. Ecco la storia.

Era armato con quattro cannoni da 149 mm protetti da cupole d’acciaio, presidiato da 500 uomini, affiancato da una polveriera, una caserma e un osservatorio. Come gli altri forti della zona, fu abbandonato senza sparare un colpo dopo lo sfondamento austro-ungarico a Caporetto.

Il forte, raggiunto da una strada militare, ospita dal 2002 uno dei musei realizzati dall’alpinista Reinhold Messner. Il “Museo nelle nuvole” racconta la storia della scoperta culturale delle Dolomiti, e poi quella dell’alpinismo dolomitico. Il terrazzo offre uno straordinario panorama che si può ammirare dalle vetrate che hanno sostituito le cupole che proteggevano i cannoni. La vecchia caserma è diventata oggi il rifugio Dolomites.

Forte-Monte-Rite

Le sofferenze di Cortina. Se il Forte di Monte Rite non viene toccato dalla guerra, le cose sono diverse per Cortina d’Ampezzo. La cittadina e i suoi abitanti, che parlano un dialetto ladino, restano in territorio imperiale dopo la guerra del 1866, che fa diventare italiane San Vito di Cadore, Borca e Calalzo.
Nel 1809 gli Schützen d’Ampezzo partecipano alla rivolta di Andreas Hofer contro i bavaresi e i francesi. Nel 1848, quando il Cadore si ribella contro l’Austria-Ungheria, la gente di Cortina resta fedele all’Impero. Come segno di riconoscenza, il giovane Francesco Giuseppe dona agli Schützen una bandiera verde e bianca. Vi campeggiano il castello di Botestagno, stemma di Cortina, e il Sacro Cuore di Gesù, al quale il Tirolo è stato consacrato nel 1796.
Nel 1914, allo scoppio della guerra, gli uomini d’Ampezzo partono per il fronte orientale. Le guide alpine, come Angelo Dibona, vengono invece arruolate nei Kaiserjäger. Quando l’attacco italiano si avvicina, i generali di Vienna scelgono di non difendere Cortina, con il suo confine che taglia in piano la valle, ma di arroccarsi sulle montagne più a nord, dal Lagazuoi e dalle Tofane fino al Cristallo e alle Tre Cime.

Verso-cima-Tofana
I primi militari in grigioverde, otto fanti della Brigata Marche, entrano a Cortina il 27 maggio 1915. Antonia Verocai Zardini scatta alcune foto della scena. L’indomani, quando fotografa un altro reparto italiano, un ufficiale le ordina di smettere.
I rapporti tra gli ampezzani e i militari in grigioverde sono difficili. I comandi italiani sono infastiditi dai valligiani che non mostrano gratitudine per essere stati liberati. Nella valle arrivano quarantamila soldati, alberghi, case, stalle e fienili vengono requisiti, su campi e pascoli sorgono accampamenti e depositi, il coprifuoco è severo.
Mentre gli ampezzani arruolati nel 1914 combattono e muoiono in Galizia, i giovani e gli anziani sono arruolati tra i Landesschützen, i reparti territoriali. Molti di loro, dalle postazioni della Croda de r’Ancona, di Son Pòuses, del Lagazuoi e del Cristallo, vedono le loro case e il paese occupato dalle truppe italiane.
Tra il 1915 e il 1916 gli italiani tentano di sfondare tra il Ponte Alto e Son Pouses, poi gli scontri si spostano verso le Tofane e il Falzarego. L’11 luglio 1916, una mina italiana fa saltare in aria il Castelletto, massacrando i difensori austro-ungarici ma senza spostare in maniera sensibile il fronte.
A un anno e mezzo tranquillo segue lo sfondamento austro-ungarico a Caporetto, che costringe i reparti in grigioverde ad abbandonare le Dolomiti.
L’8 novembre 1917 le truppe imperiali tornano a Cortina d’Ampezzo. “Questo giorno non lo scorderemo mai più!” annota la lealista Maria Menardi de Vico. Alla fine del mese, il nuovo imperatore Karl arriva in paese e passa in rassegna gli Schützen. Un anno dopo l’Italia torna nella conca d’Ampezzo per restarci.

Dopo la fine della guerra. Cortina, come Livinallongo, viene staccata dall’Alto Adige e inserita nella nuova provincia di Belluno. Negli anni il benessere legato al turismo sana le antiche ferite, Cortina si integra nel Veneto, i sentieri di guerra del Falzarego, delle Cinque Torri e del Cristallo diventano delle attrattive per escursionisti e turisti. Nel 1956 la cittadina ospita le Olimpiadi invernali.
I 134 caduti ampezzani della Grande Guerra, però, restano vittime “di serie B”. Mentre di fronte alla stazione ferroviaria una colonna ricorda il generale Antonio Cantore, ucciso nel 1915 sulle Tofane, e nel Sacrario di Pocol vengono raccolte le salme dei caduti italiani, la gente di Cortina ottiene solo nel 1929 il permesso di erigere un monumento ai padri, ai figli e ai mariti caduti. La condizione è che sia all’interno del cimitero, e invisibile da fuori.
La bandiera bianco-verde degli Schützen, rimasta per decenni a Brunico, torna a Cortina nel 2002 dopo la ricostituzione della compagnia degli Schützen di Anpezo-Hayden. Nella “perla delle Dolomiti” qualcosa ri-corda ancora Francesco Giuseppe.

Un itinerario nella memoria. La visita ai luoghi della guerra a Cortina inizia dalla vecchia stazione, di fronte alla quale sorge dal 1921 il monumento al generale Antonio Cantore, opera dello scultore (ed ex-alpino) Umberto Diano. Sulla piazza centrale, all’ombra della parrocchiale settecentesca dei Santi Filippo e Giacomo e dell’imponente campanile del 1857, il busto di Angelo Dibona ricorda una grande guida alpina, e un uomo che vestì con onore la divisa dei Kaiserjäger.
Nella sede della “Union de i Ladis de Anpezo” si può vedere (su richiesta, non si tratta di un museo!) la ottocentesca bandiera degli Schützen. Una passeggiata in discesa porta al cimitero. A sinistra dell’ingresso, oltre le lapidi dedicate alle guide alpine, è la cappella dei caduti della Grande Guerra. Accanto ai nomi dei caduti, dei dispersi, dei civili morti per cause di guerra, dei deceduti dopo l’armistizio a causa di ferite o malattie legate si leggono i nomi di luoghi lontani: Galizia, Vojvodina e Bucovina.

Sacrari, trincee, fortezze. La strada che sale al Passo Falzarego conduce a Pocol, da cui si raggiunge con una breve passeggiata il Sacrario. Quest’ultimo, progettato da Giovanni Raimondi e terminato nel 1935, ospita i resti di 9707 caduti italiani (4455 di loro sono ignoti), tra i quali il generale Cantore, e di 37 caduti austro-ungarici.
Dalla strada per il Passo si sale in auto al rifugio Dibona. Iniziano da qui il facile e faticoso sentiero per Forcella Fontananegra e il rifugio Giussani (nei pressi fu ucciso il generale Cantore) e quello che sale alle gallerie del Castelletto. L’escursione più nota, da seguire con attrezzatura da ferrata e pila frontale, sale a spirale nella montagna. La galleria Karman, del tutto facile, ospita un cannone italiano.
Le trincee restaurate ai piedi delle Cinque Torri si raggiungono con la seggiovia che conduce al rifugio Scoiattoli. Il sentiero, breve e ben segnalato, offre dei panorami mozzafiato. In alternativa si può raggiungere in auto il rifugio Cinque Torri, e proseguire a piedi da lì.

Trincee-delle-Cinque-Torri
Le spettacolari postazioni della Croda de r’Ancona si raggiungono con un bel sentiero da Malga Ra Stua, dove si arriva con i bus navetta da Fiames. Inizia dal posteggio di Sant’Uberto il sentiero che sale alle piazzole di artiglieria di Son Pouses.

Il “Museo nelle nuvole”. Il Forte di Monte Rite, che ospita uno dei musei di Reinhold Messner, si raggiunge dal Passo Cibiana, tra Cibiana di Cadore e Forno di Zoldo. Si può salire con uno dei fuoristrada che effettuano servizio di navetta, o a piedi per diversi sentieri. Le raccolte sono dedicate all’arte e alla storia dell’alpinismo. La terrazza, con le sue cupole di cristallo, offre un meraviglioso panorama sulle Dolomiti.

Dolomiti di Brenta

Dolomiti di Brenta, paradiso per gli escursionisti

Campanile Basso, Crozzòn di Brenta, Cima d’Ambiez, Brenta Alta. I nomi delle vette più famose del Brenta sono un concentrato di storia dell’alpinismo. Sulla roccia di queste elegantissime vette, dalla fine dell’Ottocento, personaggi come Paul Preuss, Bruno Detassis, Cesare Maestri hanno tracciato vie celebri. Ai loro piedi sono nati alcuni dei rifugi più famosi dei Monti Pallidi.

Le Dolomiti di Brenta, l’unico massiccio dolomitico a ovest dell’Adige, sono state battezzate “una selva di guglie, di torri, di arditi pinnacoli” dal geografo e irredentista trentino Cesare Battisti. Esteso su 61.864 ettari, il Parco Adamello-Brenta è stato istituito nel 1967 dalla Provincia di Trento, e include anche i massicci cristallini della Presanella e dell’Adamello con i loro ghiacciai.

Le Dolomiti di Brenta culminano nei 3173 metri della Cima Tosa, alla quale si affianca il Crozzòn di Brenta. Oltre la Val Brenta si alzano la Cima Brenta (3150 metri) e le cime rocciose della Brenta Alta, del Campanile Basso e del Campanile Alto. Notevoli anche la Cima d’Ambiez e il Croz dell’Altissimo, affacciato sulla Valle delle Seghe e Molveno.

Sentieri, ferrate e arrampicate della parte centrale del Brenta sono famosi tra camminatori e alpinisti di tutto il mondo. I rifugi Brentei, Tuckett e Sella, Alimonta e Pedrotti, basi per questi itinerari, sono delle grandi strutture gestite spesso in maniera esemplare.

Offrono atmosfere più tranquille i rifugi Agostini e XII Apostoli, nei solitari valloni rocciosi del settore meridionale del Brenta, e i piccoli rifugi della Valle delle Seghe, sorvegliata dal Croz dell’Altissimo. Presentano scenari diversi la selvaggia catena settentrionale del Brenta, con i suoi bivacchi che si raggiungono attraverso itinerari impegnativi, e il massiccio della Campa, con le sue malghe sistemate a bivacco.
Completano il quadro i rifugi al servizio delle piste da sci di Madonna di Campiglio e Pinzolo, aperti anche in estate e spesso affacciati su magnifici panorami.

rifugio-Agostini
Rifugio Agostini

Stefano Ardito, nella guida I Rifugi delle Dolomiti – Trentino Alto Adige, illustra per ogni punto di appoggio la storia e il paesaggio, descrive il sentiero di accesso e indica preziose informazioni pratiche, tra cui le attività outdoor che si possono praticare da ogni struttura presentata. Ecco la guida ai 353 rifugi, malghe e bivacchi delle Dolomiti del Trentino Alto Adige:

rifugi Dolomiti Trentino Alto Adige

itinerari Grande Guerra

Le cime delle battaglie più note delle Dolomiti: Col di Lana, Falzarego, Lagazuoi

Emozionanti itinerari lungo i luoghi che hanno conosciuto i momenti più drammatici del primo conflitto mondiale sono nel capitolo dedicato al Col di Lana, Falzarego e Lagazuoi nel volume La Grande Guerra. Guida ai luoghi del 1915-18 di Stefano Ardito.

Il Falzarego e le sue vette permettono di scoprire luoghi e storie della Grande Guerra anche a chi non ama o non può camminare. Sui 2105 metri del Passo Falzarego, oltre a dei vasti posteggi e a un rifugio-ristorante, si erge un obelisco. Alla base della funivia sono un cannone italiano e un punto-informazioni del Comitato Cengia Martini-Lagazuoi. Con l’impianto si sale al rifugio Lagazuoi, belvedere sulle Dolomiti e sul crinale delle Alpi dove oggi corre il confine. Un sentiero porta in un quarto d’ora alla vetta del Piccolo Lagazuoi, 2788 metri.

Due chilometri in auto, dal Passo Falzarego, conducono ai 2192 metri del Passo di Valparola, oltre il quale la strada scende in Val Badia, e dove merita una visita attenta il Museo della Grande Guerra. Guide vestite con la divisa dei Kaiserjäger accompagnano a visitare edifici e trincee austro-ungarici. Un breve sentiero segnato porta alla Postazione Vonbank, ai piedi del Lagazuoi.

Itinerari Grande Guerra
Cannone presso il Passo Falzarego

Sentieri, vie attrezzate e tunnel

In estate non offrono difficoltà le discese a piedi, accanto alle piste da sci, dal rifugio Lagazuoi verso la Capanna Alpina e il Passo Falzarego. Richiedono esperienza e un corretto equipaggiamento da ferrata (con casco, imbragatura, cordini e moschettoni) i percorsi che si inoltrano nelle trincee e nei tunnel, che gli inesperti possono affrontare in sicurezza affidandosi a una guida alpina.

Il più corto tra questi itinerari inizia dal Passo di Valparola e conduce alla panoramica cima del Sass di Stria superando una spaccatura nella roccia e una scaletta metallica.

L’itinerario più frequentato e famoso sale dal Passo Falzarego al rifugio Lagazuoi superando un ghiaione, una breve ferrata e poi il lungo tunnel a spirale italiano, dov’è necessario avere con sé anche la pila frontale.

rifugio-Lagazuoi

Un sentierino a mezza costa attrezzato con corde metalliche porta alla Cengia Martini, dove sono state ricostruite delle baracche italiane.

itinerari Grande Guerra
Cengia Martini: baracca degli ufficiali

Un altro facile sentiero attrezzato collega la vetta al Passo di Valparola toccando le trincee austro-ungariche della postazione Vonbank.

Il Col di Lana, straordinario belvedere su gran parte delle Dolomiti, si raggiunge con un paio d’ore di cammino per un sentiero a saliscendi che inizia dal Passo di Valparola, e con percorsi più ripidi dal castello di Andraz, da Pieve di Livinallongo e dalle sue frazioni. Sulla cima, accanto al bivacco in legno dedicato al Battaglione Cadore, spiccano una chiesetta e il monumento in bronzo dello scultore altoatesino Johann Rindler, sulla cui superficie compaiono i corpi dei Kaiserjäger uccisi dall’esplosione.
Ogni estate, civili e militari italiani e austriaci si incontrano in pace quassù per ricordare e pregare.

Per un inquadramento di carattere storico di alcuni degli eventi bellici consumatisi in queste zone rinviamo all’approfondimento sulla Guerra di Mine presso il Col Di Lana, sempre a cura di Stefano Ardito.

La guida

La Grande Guerra guida ai luoghi del 1915-18

 

Passione montagna. Rispetto dell’ambiente alpino e vie ferrate si può

Abbiamo trovato nelle pagine iniziali della guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti alcune delle motivazioni che hanno spinto gli autori Federica Pellegrino e Marco Corriero a scrivere questa guida e a condividere con il pubblico la loro passione.

Ferrate sì, Ferrate no

“La popolarità di cui godono oggi le vie ferrate, frequentate da un numero sempre maggiore di appassionati, ha animato l’annosa diatriba fra detrattori e sostenitori. Per gran parte degli alpinisti puri le ferrate sono dei parchi giochi, un trucco disonesto per salire le montagne, una scorciatoia verso la verticalità. Molti ritengono, inoltre, che tutto questo ferro sulla roccia abbia dissacrato splendide pareti e, quel che è peggio, si incroci con vie alpinistiche classiche.

Dal canto loro, gli escursionisti rispondono rivendicando il proprio diritto ad assecondare il richiamo della paura, a vivere la verticalità in sicurezza, a provare quel senso di assoluto che solo l’alta montagna suggerisce. Perché raggiunta la vetta, dove l’orizzonte non ha confini, ci si sente fruitori di un patrimonio universale, di qualcosa che appartiene a tutti. Appartiene a chi ha “ucciso l’impossibile” sudando su una via di roccia a rischio della vita. E appartiene anche a chi se l’è presa comoda ed è salito con uno dei tanti ascensori per il cielo, strutture avveniristiche che spuntano ormai come funghi, coprendo dislivelli enormi e deturpando l’ambiente montano ben più degli esili infissi delle ferrate. E, ovviamente, appartiene agli escursionisti che procedono lentamente con i moschettoni agganciati alle funi metalliche lungo i percorsi attrezzati.

Probabilmente la questione non si spegnerà mai. Tuttavia, l’aumento esponenziale di appassionati è sinonimo di piacere e, a questo proposito, ci piace ricordare Reinhold Messner che, a chi gli chiese cosa pensasse delle vie ferrate, rispose: “Vi ho incontrato talmente tante persone felici che devo esserne per forza a favore”.

via_ferrata_mesules
Noi che semplicemente amiamo la montagna troviamo la diatriba sulle ferrate piuttosto sterile e fine a se stessa se sostenuta da argomentazioni elitarie e volte a operare una selezione non solo tra i mezzi ma anche tra gli individui reputati idonei a risalire le pareti rocciose.
Partendo dal presupposto che le strutture artificiali sulle montagne esistono e sono ineliminabili, sarebbe auspicabile e costruttivo spendere energie e risorse per promuovere comportamenti positivi ed educare le giovani generazioni al rispetto dell’ambiente alpino, di se stessi e degli altri: solo così si salveranno le Dolomiti, e non solo quelle.”

escursioni sul Sella

Una passeggiata sul Gruppo del Sella

Con le sue pareti, i suoi valloni, i ghiaioni e i nevai che occupano anche in estate gran parte del suo altopiano sommitale, il Sella ha una conformazione diversa da quella degli altri massicci dei Monti Pallidi. Vediamo perché.

Cuore del mondo e della cultura ladina, questo gruppo verso il quale confluiscono la valle del Cordévole, la Valle di Fassa, la Val Gardena e la Val Badia ha una pianta grosso modo circolare e culmina nella vetta del Piz Boè, il “tremila” più frequentato dei Monti Pallidi, che è anche una delle grandi montagne più spesso visitate delle Alpi.

Sul Sella s’incontrano il Sudtirolo, il Trentino e il Veneto. La quota elevata e la posizione al centro del mondo dolomitico ne fanno un magnifico belvedere. Le strade e le piste da sci che compiono il periplo del massiccio scavalcano i passi Sella, Gardena, Campolongo e Pordoi che vengono traversati nelle belle giornate estive da lunghe file di auto, pullman, moto e camper. D’inverno migliaia di sciatori percorrono ogni giorno la Sella Ronda, l’anello intorno al massiccio che è reso possibile da una fitta rete di impianti di risalita e di piste.

Il Sella è frequentato dai primordi dell’alpinismo e dell’escursionismo dolomitico, e ha visto nascere una rete di sentieri attrezzati già tra l’Otto e il Novecento. Gli alpinisti possono scegliere tra itinerari di ogni livello di difficoltà, gli escursionisti tra i sentieri che conducono ai rifugi, i panoramici percorsi verso i 3152 metri del Piz Boè, le impegnative ed esposte ferrateTridentina, Piazzetta, Lech de Boè, Mèsules – tracciate sulle pareti del gruppo.

La storia dei rifugi del Sella inizia nel 1894, quando la sezione di Bamberga del DÖAV costruisce il rifugio Boè, nel lunare deserto di pietra tra la vetta più elevata del massiccio e l’Antersass. Oggi, anche se i sentieri sono molto frequentati, i veri rifugi del Sella sono pochi. Si affiancano loro i numerosi punti d’appoggio che sorgono sui quattro celebri passi, accanto alle strade e al margine delle piste da sci.

Rifugio Cavazza
Rifugio Cavazza