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Tag: Vie ferrate Dolomiti

La prima ferrata delle Dolomiti è stata realizzata nel 1903 dalla sezione di Norimberga del Club Alpino Austro-Tedesco (il DÖAV) sulla Marmolada, altri percorsi derivano da quelli della Grande Guerra. Oggi i sentieri attrezzati delle Alpi e delle Prealpi sono centinaia, e comprendono celebrità come la Ferrata Tridentina del Sella e il Sentiero delle Bocchette del Brenta.
Le difficoltà variano da quelle modeste dei sentieri attrezzati alle ferrate “moderne” verticali e faticose. Chi non si è mai accostato a una ferrata e non ha esperienza di alpinismo farà bene a provare affidandosi a una guida alpina o iscrivendosi a un corso del CAI. L’equipaggiamento include un Set da ferrata, imbrago, casco. I guanti da ferrata, che lasciano liberi i polpastrelli, riducono i danni alle mani causati dalle corde metalliche.
In questa sezione troverete tanti itinerari di vie ferrate e sentieri attrezzati per esperienze straordinarie immersi nel magnifico scenario delle Dolomiti.

dolomiti di cortina a piedi

Dolomiti di Cortina a piedi: Monte Paterno (2744 m)

il Sentiero attrezzato delle Forcelle sulle tracce della Grande Guerra

Il lettore avrà notato che il Monte Paterno è il protagonista di ben due  itinerari in questa guida mentre le Tre Cime di Lavaredo, universalmente note come simbolo delle Dolomiti, sono le primedonne in un solo itinerario. Ciò potrebbe sembrare strano ma chi conosce quei luoghi sa bene che il Paterno, sebbene meno appariscente delle mitiche tre vele di roccia, è inserito quasi al centro di un intrico di sentieri che inevitabilmente portano alla sua vista o al suo attraversamento. Anche arrivando dalla Val Pusteria, la sua massiccia armonia rapisce l’escursionista ancor prima di giungere alla sfavillante visione delle Tre Cime.

Monte Paterno
I Laghi dei Piani dalla Forcella dei Laghi.

Il Sentiero attrezzato delle Forcelle qui proposto è estremamente spettacolare: gli squarci che si aprono sulle Tre Cime di Lavaredo e sul gruppo dei Rondoi-Baranci nella prima fase, e quelli sul Monte Cengia e sulla Croda dei Toni nella seconda parte, sono impagabili. A partire dalla Forcella Lavaredo, il percorso attraversa tutto il Monte Paterno da ovest a est, superando cenge esposte, camini, gallerie e fortificazioni militari ad una quota media di 2500 metri.

Le vicende belliche della Prima Guerra Mondiale hanno lasciato sentieri straordinari come quelli qui descritti che, al fine di non dimenticare, è bene esplorare passo dopo passo in armonia con tutti i visitatori che li percorrono, affinché la bellezza di questi luoghi non sia mai più profanata dalla brutalità di una guerra. Il primo tratto, quello che conduce alla Forcella del Camoscio, è molto frequentato al punto che il maggior pericolo è rappresentato dall’incrocio in cengia con altri escursionisti. È quindi necessario armarsi di pazienza e rispetto per gli altri frequentatori di questi luoghi. Intraprendendo il Sentiero delle Forcelle, ci si allontana in parte dalla folla che predilige la più impegnativa salita alla cima del Monte Paterno oppure la più verticale discesa al Rifugio Locatelli tramite la Via ferrata De Luca-Innerkofler. La conquista della vetta vera e propria del Paterno, protagonista di straordinarie storie legate alla Grande Guerra (vedi introduzione itinerario 303), viene proposta nella variante.

vetta monte paterno
La Croda del Passaporto dalla vetta del Monte Paterno.

Trattandosi di un lungo itinerario, un consiglio per affrontarlo senza fretta è quello di lasciare l’auto al Rifugio Auronzo il giorno precedente, arrivare a piedi al Rifugio Lavaredo dove pernottare, e iniziare il tratto attrezzato la mattina al risveglio. Dal punto di vista tecnico, anche se non deve essere sottovalutato per l’impegno fisico richiesto, è classificato facile. Ad ogni modo, essendo un sentiero attrezzato, sono indispensabili allenamento, assenza di vertigini e capacità di muoversi in ambiente semi-alpinistico. Dal punto di vista dell’attrezzatura sono necessari imbrago, kit da ferrata, casco ed è utile una lampada frontale all’interno della galleria.

Scheda tecnica escursione per il Sentiero attrezzato delle Forcelle e il Monte Paterno

Quote da 2229 a 2623 m; da 2229 a 2744 m se si arriva in cima al Monte Paterno
Dislivello 850 m; 1070 m se si arriva in cima al Monte Paterno
Sviluppo 18,5 km; 19,5 km se si arriva in cima al Monte Paterno
Tempo 6.20 ore; 7 ore se si arriva in cima al Monte Paterno
Difficoltà EEA (F); EEA (PD) e passi di II grado se si arriva in cima al Monte Paterno
Segnaletica bianco-rossa 101, bolli rossi, 104
Periodo da giugno a ottobre escluso con neve o ghiaccio
Cartografia Tabacco 010 Dolomiti di Sesto
Con i bambini non adatto

La Guida DOLOMITI DI CORTINA a piedi

L’itinerario completo di descrizione dettagliata, foto, mappa e traccia GPX la trovi nella guida DOLOMITI DI CORTINA a piedi di Andrea Baradel.

punta penia

La ferrata Cresta Ovest Marmolada | Punta Penia | Dolomiti

Oggi raggiungiamo la Punta Penia con la ferrata Cresta Ovest Marmola con l’itinerario descritto da Federica Pellegrino e Marco Corriero nella guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti.

Sulla Punta Penia con la ferrata Cresta Ovest

Attrezzata nel 1903, la ferrata Cresta Ovest che conduce alla Punta Penia è la più antica delle Dolomiti, ne raggiunge la vetta più alta e ne attraversa il ghiacciaio più esteso. La storica Hans Seyffer Weg, più comunemente nota come Cresta Ovest della Marmolada, è una via poco tecnica, inserita però in un contesto estremamente impegnativo.

La progressione sul ghiacciaio, necessariamente in cordata, la quota elevata, le insidie legate all’imprevedibilità meteorologica con condizioni che possono mutare radicalmente nel giro di poche ore, sono i tratti distintivi di questa via, che esige una solida esperienza alpinistica per essere affrontata in sicurezza.

Emozionante il fatto che qui, sul tetto delle Dolomiti, anche il ghiaccio abbia qualcosa da raccontare. Durante la Prima Guerra Mondiale, infatti, gli austriaci perforarono le viscere del Ghiacciaio della Marmolada, scavando un sistema di gallerie che raggiunse uno sviluppo totale di una decina di chilometri, da cui il nome di “Città di Ghiaccio”. L’operazione mirava a sottrarre i soldati alla morsa del gelo: se fuori il termometro segnava fino a 30 gradi sotto lo zero, all’interno la temperatura si manteneva costante attorno ai 5-7 gradi. Con il ritiro del ghiacciaio sono emersi resti di baraccamenti appartenenti a questa città sotterranea, che avevano conservato libri, suppellettili e capi di vestiario.

Scheda tecnica della ferrata Cresta Ovest

Meta Punta Penia, 3343
Caratteristiche Ferrata non difficile sul piano tecnico inserita in un itinerario a quota molto elevata complessivamente impegnativo. La discesa su ghiacciaio richiede esperienza alpinistica, attrezzatura adeguata e progressione in cordata.
Difficoltà 3 – Difficile
Quote partenza: 2626 m; attacco: 2895 m; uscita: 3343 m
Dislivello ferrata: 450 m; dislivello complessivo: 870 m
Tempo Avvicinamento: 2 ore; ferrata: 2 ore; discesa: 2 ore. Tempo complessivo: 6 ore
Periodo da inizio luglio a metà settembre
Esposizione Ovest
Punti d’appoggio Rifugio Pian dei Fiacconi, 0462 601412 – 328 1218738
Rifugio Capanna Punta Penia
Cartografia Tabacco, scala 1:25.000, foglio 015, Marmolada – Pelmo – Civetta – Moiazza
Segnaletica Segnavia 606 e bolli

Accesso

Si raggiunge il Lago Fedaia provenendo da ovest (Canazei-TN) o da est (Malga Ciapela-BL) per la SP 641. Si attraversa il lago lungo la diga e si parcheggia nei pressi dell’impianto di risalita Fedaia-Pian dei Fiacconi (www.fassa.com). Con la cabinovia si sale all’omonimo rifugio in 15 minuti.

Avvicinamento

Dal Rifugio Pian dei Fiacconi (posto tappa dell’Alta Via n.2) si scende su traccia al piano detritico sottostante (segnavia 606), attraversando tratti rocciosi lisci e levigati dal ghiaccio. Si sale poi ripidamente su detriti mobili fino alla morena e al Ghiacciaio del Vernel, che si attraversa seguendo la traccia centrale e facendo attenzione ai crepacci nella parte superiore. A inizio stagione il fondo della Vedretta si presenta innevato, mentre in piena estate, con il ritiro del nevaio, affiora il ghiaccio vivo; in ogni caso va affrontato con ramponi e piccozza. Si rimontano le rocce del Piccolo Vernel assicurandosi al cavo d’acciaio e si raggiunge brevemente la Forcella della Marmolada.

Ferrata Punta Penia

Dalla stretta forcella la ferrata sale lungo placche rocciose ripide e lisce, attrezzate con lunghe file di staffe e fune metallica che, anche in piena stagione, in seguito a giornate di maltempo, possono presentarsi coperte di ghiaccio. Il tracciato procede mantenendosi a sinistra della linea di cresta alternando tratti esposti in salita a brevi traversi inclinati. Raggiunta la sommità della cresta ovest, dopo circa 200 metri di dislivello, la via sale per forcelle e dossi su terreno più agevole.

Impressionante la vista sulla parete Sud che precipita strapiombante per quasi un chilometro. Si raggiunge il margine del nevaio sommitale e salendo per neve e detriti si conquista la vetta. A pochi metri dalla croce, tenacemente aggrappato alla roccia, il piccolo rifugio Capanna Punta Penia (3343 m): gestito in estate e comunque sempre aperto, offre un caldo ristoro.

Discesa

Si scende per la via normale seguendo la traccia che procede verso nord lungo la caratteristica cresta nevosa detta “Schiena del mulo”. Ci si cala verso est su un canale roccioso ripido, attrezzato con fune metallica, fino a raggiungere il ghiacciaio. La traccia passa alta sopra i crepacci più ampi e profondi e serpeggia tra i più piccoli che solcano la ripida parte mediana. La progressione è insidiosa e deve avvenire in cordata, senza mai abbandonare la pista tracciata.

Progressivamente la ripidezza diminuisce e le ultime lingue di ghiaccio scoprono la roccia che rapidamente accompagna al rifugio Pian dei Fiacconi e all’impianto. La discesa per la via normale è un’escursione che non si improvvisa ma si affronta con ramponi, piccozza e corda, eventualmente facendosi accompagnare da una guida alpina.
Chi non ha pratica o non è dotato di attrezzatura idonea scenda attraverso la ferrata.

La guida

Scopri altre bellissime vie ferrate e sentieri attrezzati nella guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti

guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti

 

 

ferrata delle meisules

La Via ferrata delle Meisules | Sella | Dolomiti

La ferrata delle Meisules, entusiasmante ma molto impegnativa, descritta da Federica Pellegrino e Marco Corriero nella guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti.

La ferrata delle Meisules, una delle più antiche delle Dolomiti, approntata nel 1912 dal club alpino tedesco di Pößneck, è nota anche con il nome di Pößnecker Steig. Oltre un secolo di alpinismo ne ha usurato le prese rendendole lisce come acquasantiere. Segue infatti l’ardito tracciato della via di roccia aperta nel 1907 da Haupt e Mayr sul versante nordovest del Sella e raggiunge l’altopiano delle Mëisules, l’immenso tavolato bianco che appiattisce la sommità del massiccio, conferendogli una precisa e inconfondibile individualità.

Lunga e alpina, la via è entusiasmante ma molto impegnativa, soprattutto nella prima parte, con pareti verticali e passaggi esposti anche non assicurati. Si sviluppa su un versante in ombra al mattino e le sue pareti, spesso bagnate, nelle giornate più fredde possono risultare ghiacciate e quindi insidiose se non impraticabili. Viceversa, il pianoro sommitale cui si giunge può rivelarsi torrido nelle ore centrali delle giornate estive e può facilmente caricarsi di nubi che, avvolgendolo, confondono l’orientamento.

Il tracciato è inoltre completamente privo di fonti d’acqua. Per queste e altre ragioni, legate alla lunghezza, alla quota elevata e all’assenza di vie di fuga, la ferrata va affrontata solo in condizioni meteorologiche stabili, in buona forma fisica e con una gran riserva d’acqua nello zaino.

Scheda tecnica della ferrata delle Meisules

Meta Piz Selva, 2941 m
Caratteristiche via lunga e alpina con tratti ferrati esposti e passaggi in arrampicata non assicurati. Roccia solida, infissi vetusti. Fonti d’acqua assenti. Da intraprendere solo con meteo stabile.
Difficoltà 4 – TD
Quote partenza da Passo Sella: 2240 m; attacco: 2290 m; uscita: 2941 m
Dislivello ferrata: 500 m; dislivello complessivo: 700 m
Tempo Avvicinamento: 30 min; ferrata: 3 ore; discesa: 3 ore. Tempo complessivo: 6.30 ore
Periodo consigliato da inizio giugno a ottobre.
Esposizione Nord-Ovest
Punti d’appoggio Rifugio Franco Cavazza al Pisciadù, tel. 0471 836292
Cartografia Tabacco, scala 1:25.000, foglio 06, Val di Fassa e Dolomiti Fassane
Segnaletica Segnavia (649 in salita, 649 e 666 in discesa), bolli rossi.

Accesso

Questo itinerario prevede punti di partenza e di arrivo distinti. È consigliabile disporre di due auto: una da lasciare al punto di partenza (Passo Sella) e l’altra al punto d’arrivo (Passo Gardena), entrambi lungo la SS 242. Il tragitto tra i due passi è coperto anche dal servizio di trasporto pubblico.

Avvicinamento

Si parte dal chiosco del Passo Sella, dove un cartello indica la direzione da seguire. Lungo il sentiero 649 si attraversa la base delle torri del Massiccio, portandosi in mezz’ora all’attacco della ferrata, segnalato da due targhe.

Ferrata

Un paio di metri su facili rocce gradinate e si raggiunge il cavo metallico che parte in diagonale e che, purtroppo, mostra tutti i suoi anni: non è particolarmente teso, in alcuni tratti non lo è affatto, in altri è sfilacciato. Attenzione quindi.

Si prosegue in verticale su una stretta fessura attrezzata con pioli, superata la quale ecco il primo passaggio chiave: un profondo spacco nella roccia, privo di infissi ma ricco di punti di presa naturali, da superare in arrampicata. Si esce su un pulpito, si sale una scaletta non assicurata e ci si prepara ad affrontare il secondo passaggio chiave: un ripido e angusto camino da salire attraverso una lunga serie di gradini a sviluppo semi-elicoidale che costringe a una rotazione di 180 gradi.

La progressione si fa sempre più incalzante, in una successione di scale e muri tanto esposti quanto male assicurati: qui il cavo d’acciaio, nonostante sia spesso, è piuttosto allentato: sarebbe incauto issarsi solo su di esso senza usufruire dei numerosi punti di presa naturali.

Ma non potrebbe essere altrimenti: la Meisules è una ferrata vecchio stile, regala un contatto intimo con la roccia, in cambio pretende abilità e nervi saldi. La corda si interrompe e si sale su una traccia di sentiero seguendo i bollini rossi, per uscire su un immenso anfiteatro detritico popolato da ometti di pietra, racchiuso tra la cresta del Piz Ciavazzes e le Torri del Selva. Lo si attraversa e si continua a salire su pareti meno ripide, parzialmente assicurate, circondati da guglie e pinnacoli.

La segnaletica è a tratti sbiadita ma la meta è vicinissima, la si vede, quasi la si respira: la sudata vetta del Piz Selva.

Discesa

Si attraversa tutto il pianoro sommitale seguendo il segnavia 649 fino alla Sella del Pisciadù. Qui si scende lungo il sentiero 676, caratterizzato da un salto di roccia ripido e assicurato malamente e poi una lunga traccia di sentiero su ghiaione che conduce al Rifugio Pisciadù, sulle sponde dell’omonimo laghetto. Da qui, su sentiero ripido e zigzagante (666), assicurato con cavo d’acciaio e pioli nel primo tratto, si scende al Passo Gardena, incrociando l’Alta Via n. 2.

La guida

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ferrata del masarè

La via ferrata del Masarè | Catinaccio | Dolomiti

Nel regno di Re Laurino con la ferrata del Masarè descritta da Federica Pellegrino e Marco Corriero nella guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti.

La ferrata del Masarè tra leggenda e realtà

Sul Catinaccio si adagiava il giardino delle rose di re Laurino, il re di un popolo di nani minatori. Egli era molto orgoglioso delle sue rose che fiorivano ogni giorno dell’anno. Innamoratosi della principessa Similda, Laurino la rapì e la condusse nel suo regno montano. Il fratello liberò la principessa e imprigionò il violento sovrano che, per vendetta, maledisse il suo giardino: né di giorno né di notte alcun occhio umano avrebbe più potuto ammirarlo. Ma dimenticò il tramonto e l’alba, il momento magico in cui la parete della montagna si dipinge di rosa. Questa è una delle tante versioni che spiega perché in certe ore del giorno il Catinaccio, per i tedeschi Rosengarten, Giardino delle Rose appunto, si colori di rosa.

La verità scientifica è ovviamente un’altra. Il fenomeno, che in ladino prende il nome di enrosadira, è dovuto alla composizione chimica della dolomia che, sotto i raggi del sole del tramonto o dell’alba, esalta i pulviscoli rossastri dell’atmosfera, accendendosi letteralmente.

Entriamo dunque nel magico mondo della leggenda, cavalcando la Cresta del Masarè, a sud della catena principale, uno splendido giardino pietrificato con passaggi sorprendenti e una vista impagabile sulla Val d’Ega. La via è ottimamente attrezzata e, dopo il recente restauro, anche più sicura.

Scheda tecnica Ferrata del Masarè

Meta Cresta Masarè, 2600 m
Caratteristiche Percorso in cresta ottimamente attrezzato su roccia gradinata
Difficoltà 3 – Difficile
Quote Partenza: 2125 m; attacco: 2510 m; uscita: 2570 m
Dislivelli Dislivello ferrata: 130 m; dislivello complessivo: 595 m
Tempi richiesti Avvicinamento: 1,30 ore; ferrata: 2 ore; discesa: 1 ora; durata complessiva: 4,30 ore
Periodo consigliato Da giugno a fine settembre
Esposizione Sud, Ovest, Est
Punti d’appoggio Rifugio Roda di Vaèl, tel. 0462 764450
Cartografia Tabacco, scala 1:25.000, foglio 06, Val di Fassa e Dolomiti Fassane
Segnaletica Cartelli, segnavia 539-549, N01, segnaletica al suolo

Accesso stradale

Da Bolzano per la Val d’Ega (SS241) si passa oltre Nova Levante e si raggiunge, poco sotto il Passo di Costalunga, la Ski Area Carezza (parcheggio Sporthotel Alpenrose). Con la Seggiovia Paolina si sale all’omonimo rifugio (www.fassa.com).

Avvicinamento

Dal Rifugio Paolina si procede lungo un comodo sentiero che conduce al Rifugio Roda di Vaél (segnavia 539 e 549). Si passa davanti alla possente aquila di bronzo dedicata a Theodor Christomannos. Questi fu alpinista e politico che fece della valorizzazione turistica delle Dolomiti lo scopo principale della sua esistenza.
Poco oltre il rifugio, la segnaletica indica chiaramente la direzione per la ferrata che, come suggerito dalle Guide Alpine, va percorsa in senso antiorario, tenendo cioè la destra. In questo modo i tratti più impegnativi si affrontano in salita. L’attacco della ferrata del Masarè è a meno di un’ora dal rifugio.

Ferrata del Masarè

L’avvio è in diagonale con il cavo d’acciaio che aiuta a salire alcuni gradoni inclinati. Si interrompe all’altezza di uno spigolo e poi riprende su un breve salto verticale che conduce alla base di uno stretto camino. Lo si supera attraverso una scaletta metallica assicurata e si esce su una radura erbosa, quindi si prosegue su sentiero tenendosi a sinistra al bivio di Torre Finestra (via di rientro della ferrata Roda di Vaèl) fino a raggiungere nuovamente l’attrezzatura.

La ferrata del Masarè, segnata e attrezzata in maniera esemplare, è una meta dolomitica classica, con l’inevitabile conseguenza dell’affollamento che può rallentare notevolmente la progressione. Il tracciato percorre in saliscendi la cresta meridionale del Catinaccio, toccando i suoi celebri torrioni, passando da un versante all’altro e offrendo una grande varietà di suggestivi scorci.

Nei tratti rocciosi appoggiati il cavo serve prevalentemente da corrimano; nei passaggi che si verticalizzano, l’arrampicabilità è garantita dalla specifica articolazione di questa roccia, ricca di prese naturali e dotata di numerosi infissi. Il punto più spettacolare è rappresentato dalla salita su un vertiginoso torrione strapiombante a forma di molare rovesciato, inciso da una profonda spaccatura dentro la quale ci si muove a fatica. In uscita dal torrione si prosegue orizzontalmente e poi progressivamente per ripidi salti fino a una cresta panoramica dove termina la ferrata.

Discesa

Per comodo sentiero si raggiunge in mezz’ora il Rifugio Roda di Vaèl e di qui il Paolina. Chi è munito di zaino ingombrante può valutare la possibilità di lasciarlo al Rifugio Roda di Vaèl e recuperarlo sulla via del ritorno. In questo modo affronterebbe la ferrata solo con l’attrezzatura necessaria e si muoverebbe più agevolmente nella stretta fessura del torrione e in tutto il tracciato in generale.

La guida

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guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti

Vie ferrate nel Brenta

Vie ferrate nel Brenta: il Sentiero attrezzato Livio Brentari

Questo anello è senza dubbio tra i più belli e ambiti delle Dolomiti di Brenta. Alberto Campanile descrive il Sentiero attrezzato Livio Brentari nella guida Sentieri e Rifugi del Gusto. I sapori delle Dolomiti e delle Valli Trentine.

Inaugurato a metà del Novecento, il Sentiero Brentari è stato riattrezzato nel 2018. Non è una ferrata particolarmente impegnativa, tuttavia bisogna prestare attenzione ad alcuni passaggi esposti e ai tratti innevati o ghiacciati. Si consiglia quindi di portare con sé i ramponi.
Il percorso regala viste sorprendenti: dalla Cima d’Ambiez alla Cima dell’Ideale, dalla Cima Tosa al Campanil Basso, che appare come un monolito inespugnabile. Non c’è quindi da meravigliarsi se già nell’Ottocento questa guglia slanciata solleticò l’interesse dei migliori scalatori. Dopo varie ricognizioni e tentativi, fu salita per la prima volta il 18 agosto del 1899 da Otto Ampferer e Karl Berger, per una via di secondo e terzo grado con tratti di quarto. In occasione del centenario, 17 guide alpine e altrettanti personaggi si legarono in un’unica stravagante cordata, guidata da Cesare Maestri. Quando il “Ragno delle Dolomiti” raggiunse la cima, l’ultimo della cordata iniziò la scalata.

Scheda tecnica itinerario

Punto di partenza e di arrivo Rifugio Agostini (2410 m)
Tempo 6 ore
Dislivello 570 m
Difficoltà EEA = Escursionistico per Esperti con Attrezzatura. Rientrano in questa categoria i sentieri e le vie ferrate da affrontare con casco, imbragatura, dissipatore, cordini e moschettoni (Set da ferrata).
Periodo consigliato da fine giugno a fine settembre
Segnaletica 325B, 320, 358
Cartografia Tabacco foglio 053 Dolomiti di Brenta

Accesso

L’accesso più agevole è dal Rifugio al Cacciatore (1820 m, tel. 331. 8482279, www.rifugiocacciatore.it). A questo si può accedere a piedi da San Lorenzo in Banale (circa 2.30 ore), oppure, come fa la gran parte degli escursionisti diretti al Rifugio Agostini, usufruendo del servizio effettuato con mezzi fuoristrada (solo nel periodo estivo, su prenotazione, chiedere informazioni al Rifugio Agostini). Si parte dalla località Baesa (seguire le indicazioni Val d’Ambiez), a tre chilometri da San Lorenzo in Banale, in prossimità del Bar Ristoro Dolomiti di Brenta (865 m, tel. 0465.734052).

Itinerario

Dal Rifugio Agostini (2410 m) si percorre in discesa la carrareccia che lo collega al Rifugio al Cacciatore (segnavia 325B). Al secondo tornante si piega sulla sinistra per il Sentiero Elio Palmieri (segnavia 320) e si continua per faticosi ghiaioni fino alla Forcolotta di Noghera (2415 m, 1 ora). Si devia sulla sinistra (segnavia 320, rocce ed aree erbose), fino a un bivio dove si ignora il tracciato di destra (segnavia 326) e si prosegue piegando a sinistra per il sentiero 320.

Arrivati ad un secondo bivio (2300 m circa, 0.40 ore) ci sono due possibilità: a destra si procede per il meno impegnativo Sentiero Elio Palmieri Basso, mentre a sinistra si continua per il nuovo Sentiero attrezzato Mariella Apolloni (ex Sentiero Elio Palmieri Alto), dedicato alla mamma di Roberto, l’attuale gestore del Rifugio Agostini. Entrambi i tracciati convergono sul Sentiero attrezzato Livio Brentari, a pochi metri di distanza. Per il Sentiero Palmieri Basso (segnavia 320) si scende senza difficoltà, ad esclusione di un breve tratto che richiede cautela (20 metri, corda metallica). Aggirata la Pozza Tramontana, si risale senza particolari insidie al Sentiero Brentari (0.50 ore).

Se invece si opta per il Sentiero attrezzato Apolloni, dal bivio con il Sentiero Palmieri Basso (2300 m circa) si sale sulla sinistra (segnavia 320B) per cenge piuttosto esposte, dotate di cavi e di gradini metallici di recente posizionati. Superato un breve canale roccioso munito di staffe e cavi metallici, si giunge al termine della parte attrezzata. Si procede lungo un tracciato evidente privo di difficoltà su pietraie. Giunti ai piedi della Brenta Bassa, si devia a destra sul Sentiero Brentari. Questo tratto su sentiero attrezzato richiede lo stesso tempo del Sentiero Palmieri Basso (0.50 ore).

A questo punto si procede agevolmente fino ai Rifugi Tommaso Pedrotti (2491 m, 0.20 ore) e Tosa (2439 m). Si riprende il sentiero 358 appena percorso fino a lasciare sulla sinistra prima la deviazione per il Sentiero Elio Palmieri Basso, poi quella per il Sentiero attrezzato Apolloni. Si procede per ghiaie su terreno aperto verso la Cima Tosa e l’omonima vedretta; attraversato con cautela il nevaio, la cui estensione negli ultimi anni si è notevolmente ridotta, si sale alla Sella di Tosa (2859 m, punto più elevato dell’itinerario, 1.30 ore), affacciata sulla Val d’Ambiez.

Si continua verso ovest fino ad un canale dotato di cavi (il vecchio ponticello è stato rimosso) e ad alcune cenge esposte, opportunamente attrezzate. Arrivati alla Bocca di Tosa (2845 m, 0.20 ore) si scende per un centinaio di metri su rocce dotate di attrezzature (cavi metallici, pioli e scale), fino alla Vedretta d’Ambiez, dove termina la ferrata. Si attraversa con cautela il nevaio verso ovest (tracce), sotto la Cima d’Ambiez, e si continua fino a raggiungere le ghiaie e il sentiero (segnavia 358) che scende al Rifugio Agostini (2410 m, 1.20 ore).

La guida

Ecco la nuova guida Sentieri e Rifugi del Gusto. I sapori delle Dolomiti e delle Valli Trentine con con 24 itinerari a piedi con descrizione, mappa e bellissime foto e tanti approfondimenti e curiosità

rifugi del gusto dolomiti

sentiero SOSAT

Il Sentiero SOSAT nel cuore del Brenta

Il Sentiero SOSAT, con 70 metri di scale e circa 300 metri di corde fisse, è una parte della Ferrata delle Bocchette ed è stato realizzato dalla Sezione Operaia della Società Alpinisti Tridentini nel 1961. Eugenio Cipriani lo descrive nella guida I 50 sentieri più belli delle Dolomiti.

Ecco l’itinerario ad anello più classico e più frequentato di tutto il Brenta. Il Sentiero SOSAT vi permetterà di ammirare il cuore roccioso del gruppo, vale a dire colossi come il Crozzon di Brenta e Cima Tosa, Cima Brenta e Cima Mandron, ma anche le più “piccolette”, pur sempre arditissime, strutture rocciose degli Sfulmini (così si chiama il settore centrale del gruppo), dai Campanili Alto e Basso alla Torre di Brenta, ecc.
Siamo nel paradiso dei rocciatori, questo è certo. Però qui anche gli escursionisti se la godono, grazie alle cenge orizzontali che permettono di andare dentro e fuori da un costone roccioso ad un altro, nonché di aggirare pareti, guglie e campanili varcando le piccole forcelle rocciose, dette “Bocchette”, e di entrare nei grandi valloni semicircolari dove si annidano i rari lembi di ghiaccio rimasti (le vedrette). Questi valloni semicircolari sono le “brente”, ossia grandi scodelle, e spiegano con la loro presenza il toponimo attribuito alla catena.

In questa sede non suggeriamo la Via delle Bocchette vera e propria (per quella rimandiamo al volume Le 50 ferrate più belle delle Dolomiti, Iter Edizioni, naturalmente) ma il più facile Sentiero SOSAT, che unisce il rifugio Brentei ai rifugi Tuckett e Sella. Si tratta di un sentiero attrezzato non difficile e non acrobatico, ma pur sempre esposto e che, per essere percorso con prudenza, necessita di imbrago e dissipatore.
È un itinerario da non perdere assolutamente! Insomma, un “must” per chi vuole conoscere il Brenta. Ma non percorretelo in agosto: l’eccessiva presenza di escursionisti provenienti da ogni parte del mondo finirebbe per sminuirne la bellezza. Fatelo fuori stagione, ad esempio ai primi di ottobre. Magari non scoppierete di caldo, ma almeno godrete di silenzi impensabili a luglio e ad agosto. In meno di sette ore ve lo portate a casa e con un buon pranzo al sacco ed un thermos di the caldo non sarà un problema se doveste trovare i rifugi chiusi.

Dettagli itinerario

Quote da 1500 a 2450 m
Dislivello 900 m
Tempo complessivo 7 ore
Difficoltà EEA = Escursionistico per Esperti con Attrezzatura. Rientrano in questa categoria i sentieri e le vie ferrate da affrontare con casco, imbragatura, dissipatore, cordini e moschettoni (Set da ferrata).
Segnaletica bianco-rossa 317, 318, 323, 305B, 303
Periodo consigliato da metà giugno a metà ottobre
Punti di appoggio Rifugio Casinei, aperto dal 1° giugno ai primi di ottobre, 60 posti letto, tel. 0465.442708. Rifugio Brentei, CAI Sezione di Monza, aperto da metà giugno ai primi di ottobre, 98 posti letto, tel. 0465.441244, www.rifugiobrentei.it. Rifugi Tuckett e Sella, SAT Trento, aperto da metà giugno a fine settembre, 120 posti letto, tel. 0465.441226, www.rifugio-tuckett.it
Cartografia Tabacco foglio 053 Dolomiti di Brenta

La descrizione dettagliata dell’itinerario completa di mappa e foto è pubblicata nella guida I 50 sentieri più belli delle Dolomiti

sentieri dolomiti

sentieri dolomiti

In arrivo la guida “I 50 sentieri più belli delle Dolomiti”

I primi di giugno esce la nuovissima guida I 50 sentieri più belli delle Dolomiti. L’autore, Eugenio Cipriani, da oltre 40 anni frequenta le Dolomiti con amore e dedizione. Giornalista e scrittore, alpinista-esploratore con centinaia di vie nuove all’attivo, in queste righe ci racconta come ha scelto per noi i “suoi” 50 itinerari più belli delle Dolomiti.

“Mi è capitato spesso, al termine di un periodo trascorso in luoghi diversi ma sempre fra le Dolomiti, di chiedermi quale mi fosse sembrato il più bello. La maggior parte delle volte non sono riuscito a rispondere. Figuratevi, quindi, da quali e quanti dubbi sono stato assalito quando ho dovuto scegliere, fra tutti i sentieri delle Dolomiti, i “50 più belli”. Va da sé che la definizione “i 50” o “i 100” più belli (itinerari, rifugi, percorsi in roccia, ecc.) è un escamotage editoriale per attirare l’interesse dei lettori nei confronti di quella che altro non può essere se non un’antologia basata sull’esperienza e sul gusto di chi la scrive. Il lettore-fruitore delle “antologie a numero chiuso” deve quindi affidarsi all’esperienza dell’Autore che, per fortuna, nella maggioranza dei casi non è uno sprovveduto ed ha mille buoni motivi per non trarre in inganno chi legge propinando percorsi di dubbio interesse.

Detto questo cercherò ora di definire cosa intendo io per bello (e per bellezza), dal momento che questo termine costituisce il filo conduttore dei percorsi qui suggeriti. Se è vero, come è vero, che “non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace”, ne deriva forse che i 50 percorsi che troverete qui descritti piacciono solo a me? Certamente no, non sono percorsi che piacciono solo a me. Anzi, alcuni non mi piacciono particolarmente. Eppure non ho potuto fare a meno di inserirli perché sono universalmente considerati “belli” e, come tali, molto (anche troppo, ed è sostanzialmente per questo che non mi piacciono) frequentati. Altrettanto certamente, alcuni percorsi che a me piacciono moltissimo, ad alcuni non piaceranno, perché magari non riusciranno a provare quel “quid” che provo io ogni volta che li faccio.

Perché la bellezza, oltre ad essere soggettiva, ha infinite sfumature. Secondo gli studi di fenomenologia della percezione, “la bellezza è l’insieme delle qualità percepite attraverso i sensi che suscitano, conseguentemente alla loro percezione, sensazioni piacevoli ed emozioni positive” (Merleau Ponty). Questo vale, è ovvio, anche per la bellezza di un paesaggio e, in modo particolare, di un paesaggio montano. Bellezza che noi oggi diamo per scontata e che costituisce la base su cui si fonda l’immenso edificio economico e sociale del turismo montano, editoria di settore inclusa.
Ma non è stato sempre così, anzi. E che non sia stato sempre così lo leggeremo nelle righe seguenti. In cui si parlerà della storia di queste montagne, sì, ma di una storia un po’ particolare…”

Il resto della storia lo trovate nelle pagine della guida I 50 sentieri più belli delle Dolomiti

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ferrata Vajont

La Ferrata della Memoria al Vajont

L’emozionante Ferrata della Memoria è descritta nella guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti di Federica Pellegrino e Marco Corriero. Si tratta di una via caratterizzata da un’esposizione estrema e costante. La roccia è solida e liscia, povera di appigli, ma ben dotata di prese artificiali.
Questa via ferrata rappresenta un modo per vivere da vicino i luoghi protagonisti della tragedia del Vajont.

Il 9 ottobre 1963 è una data tristemente impressa nella memoria collettiva. Quella notte due chilometri quadrati di montagna si staccarono dal Monte Toc e precipitarono nel lago artificiale del Vajont. La frana scagliò contro il cielo 50 milioni di metri cubi d’acqua e sollevò un’ondata gigantesca che scavalcò il bordo della diga e si avventò come un bolide schiumoso sui paesi addormentati, spazzandoli via. L’onda sprigionò una potenza pari a due bombe atomiche e in quattro minuti uccise quasi duemila persone. Si trattò di un disastro previsto, di una strage annunciata. La diga perfetta, il biglietto da visita del lavoro italiano all’estero, era stata costruita sotto un monte franoso. I vertici della Sade e lo Stato ne erano a conoscenza ma tacquero, perché le ragioni dell’azienda erano molto di più che la paura di uccidere.

Oggi quel capolavoro di ingegneria è ancora lì, intatto e inutile; delimita il Parco delle Dolomiti Friulane e testimonia che le ragioni della natura superano quelle della tecnologia. All’ombra della diga, in memoria della tragedia e delle sue vittime, è stata costruita una splendida via ferrata, inaugurata il 2 ottobre 2015, che risale la gola del Vajont fino al paese fantasma di Casso. Una targa ci ricorda che “su questo sentiero tra Val Cellina e Val del Piave passarono prima dell’onda secoli di vita”.

La guida

La descrizione dettagliata dell’itinerario la trovi nella guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti

guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti