La montagna è bella nel ricordo

Simone Ferranti, istruttore di scialpinismo, racconta a Luca Mazzoleni e ai lettori de La montagna incantata, la precedente edizione della guida Scialpinismo in Appennino centrale questo episodio. Denso di spunti di riflessione, ve ne proponiamo oggi la lettura.

Violente raffiche da nord colpivano energicamente la faggeta, e i gemiti del legno percosso, creavano un’atmosfera cupa, in sintonia con la livida alba in arrivo. Eravamo prossimi all’uscita dalle svolte, salendo al Lago di Pilato, e tutto lasciava presagire che non fosse stata una buona idea quella di salire fin quassù, con gli sci legati allo zaino.
Quante volte mi ero travato in quel posto, sudato e con il respiro corto, e ogni volta avevo ripetuto a me stesso, basta, questa è l’ultima. Che gran rottura risalire quei ripidi tornanti con gli scarponi di plastica, rigidi e alti, che ti costringono a cercare l’equilibrio mentre spingi sui polpacci con fatica. Intento nella ricerca del ritmo, cerchi di risparmiare il fiato, ed è per questo che risalendo le svolte ognuno è chiuso nei propri pensieri, e ci si limita a poche battute, giusto per rompere il silenzio.
Quella mattina eravamo in tre, i soliti irriducibili.
La sera prima, il rituale tam-tam di telefonate, e in molti avevano rinunciato per le pessime previsioni meteo. Con Stefano, Francesca e Peppe avevamo escogitato il piano per fregare la perturbazione in arrivo, battendola sul tempo. Destinazione Lago di Pilato, in velocità, e partendo prima dell’alba. La scelta ci era sembrata ineccepibile, la valle del lago rappresentava una garanzia di riuscita perché avrebbe dovuto essere protetta dai forti venti in arrivo. Certo, non era una novità, anzi. Però, se volevamo evitare di perdere un sabato, non è che avessimo poi tanto da scegliere, in ogni caso, è pur sempre un itinerario che richiama scialpinisti da mezza Italia. Inoltre il versante orientale dei Sibillini si raggiunge in pochissimo tempo dalla costa adriatica, dove abitiamo. Peppe vive ad Ascoli Piceno e con lui ci eravamo dati appuntamento alla diga del lago di Gerosa.
“E Francesca?” dico a Stefano quando lo vedo arrivare da solo all’appuntamento.
Francesca e Stefano sono i miei più assidui compagni di scialpinismo. Non c’e fine settimana che non ci veda impegnati in giro per l’Appennino, dalla Majella ai Sibillini. Si sono conosciuti durante un corso di scialpinismo organizzato dalla nostra scuola. Francesca è straordinaria, sempre allegra e gioviale, e molto carina per giunta. Quell’anno tutti la corteggiavano. Stefano è il trascinatore del gruppo, con il suo modo scanzonato di prendere le cose, bravissimo sugli sci. Quando lo vedi scendere sembra tutto facile, anche sulle nevi più difficili, e solo quando provi a ripetere quello che ha appena fatto ti accorgi dell’abisso che esiste tra la tua e la sua tecnica. Quell’anno la concorrenza per stringere d’assedio il cuore di Francesca era spietata, ma la simpatia, l’allegria, e perché no, la bravura di Stefano, furono imbattibili, e la nostra non poté che finire tra le sue braccia, sbaragliando la concorrenza.
“È rimasta a casa” risponde Stefano, “Dice di non aver voglia di beccarsi vento e freddo. Secondo lei oggi non facciamo granché, e ha preferito crogiolarsi nel letto”
“Disfattista, vedrai che questa sera, quando torni, si sarà pentita.”
Non avevamo possibilità di valutare il tempo, era ancora buio pesto, e si faceva sentire una tramontana secca e pungente. Le stelle non si vedevano, era sicuramente coperto. Via di corsa allora, senza perdere tempo.

È convinzione comune che la montagna cementi l’amicizia. La corda che unisce due alpinisti è molto più che un vincolo di sicurezza, rappresenta il legame delle loro vite, che li coinvolge al punto di farne un’unica identità, la cordata. E nella cordata la condivisione di ogni momento vissuto, è il collante di un’amicizia che si esalta in essa. Facendo scialpinismo, in Appennino, la corda c’è raramente, ma il legame è forte lo stesso, sostituito dalla traccia in salita, e dalle serpentine disegnate sulla neve in discesa. Però, col passare degli anni, mi convinco sempre più che quello che ci lega maggiormente, nasce nei trasferimenti in auto, in quelle lunghe ore passate insieme nell’intimità dell’abitacolo. Sono momenti in cui si parla di noi, dei problemi e delle gioie della nostra esistenza. Così, dopo anni di trasferimenti, le nostre vite sono parte di quella degli altri, e il nostro andare per monti si arricchisce delle storie del nostro quotidiano, come fossimo in famiglia. È così che si crea un vincolo forte che ci permette di essere sempre noi stessi, senza bisogno di dover dimostrare qualcosa in più di quello che già sappiamo riconoscerci. È anche per questo che quando siamo insieme non prendiamo rischi inutili per voglia di primeggiare, e non dobbiamo discutere per imporre una scelta. La nostra amicizia è così collaudata che ci permette di godere veramente dell’andare in montagna, senza cercare null’altro che non sia il gusto di condividere questa grande passione.
Quella mattina niente cappuccino, era troppo presto e i bar ancora chiusi. Peccato. Peppe lo abbiamo trovato rannicchiato in macchina, al riparo dal forte vento che sferzava la strada. Alla vista dei fari della nostra auto era uscito fuori con aria interrogativa. “Si va? Sembra voglia scatenarsi il finimondo.”
“Dai non fare l’uccello del malaugurio. Ormai siamo qui e andiamo. Se proprio peggiora torniamo indietro”.
Anche Peppe è di quelli che manca raramente. Non ha una grande esperienza alpinistica, ma ama tantissimo sciare, e la montagna in generale. Dopo un corso di base di scialpinismo, la passione ha preso il sopravvento, e stagione dopo stagione ha accumulato esperienza ed allenamento, ed oggi è tra i più attivi del nostro gruppo.

Dopo esserci preparati in fretta, per non patire troppo il freddo, e con la preoccupazione di aver dimenticato qualcosa in macchina, dopo esserci pappati i 500 metri di dislivello che separano l’uscita dalle svolte dall’abitato di Foce, imprecando in bilico su ciottoli malfermi, o sulle tacche prodotte battendo gli scarponi sulla neve indurita dal gelo notturno, ci ritroviamo fuori dal bosco, e intorno a noi solo nubi minacciose, vento e freddo.
“Che facciamo, qui non promette niente di buono” ho chiesto agli altri appoggiando lo zaino a terra per cavarne il cappello pesante. Le loro facce erano perplesse, e, contorcendoci per nascondere il collo dentro il bavero della giacca, cercavamo di valutare la situazione.
Stefano pareva il più deciso “Ragazzi, ormai siamo qui, se abbandoniamo adesso, senza fare nemmeno una serpentina … poi chi la sente Francesca quando le dico che siamo tornati indietro subito dopo le svolte, senza neanche aver calzato gli sci”
“Giusto” gli faccio di rimando, “Il peggio lo abbiamo superato, a questo punto mettiamo gli sci e andiamo avanti. Semmai le condizioni si facessero proibitive giriamo i tacchi, ma almeno avremo fatto un po’ di curve.”
Quasi godevamo a risalire il fondo della valle, mentre le raffiche di vento più violente ci colpivano alle spalle, spingendoci in salita. Il passo era rapido e deciso, ormai stavamo cercando di strappare un po’ di discesa con gli sci, ad una giornata che più storta di così non avrebbe potuto essere.
Certo, ce lo avevano detto tutti che non era il caso di partire, ma l’idea di rinunciare non volevamo proprio accettarla. Aspettiamo il weekend tutti i giorni della settimana, a partire dal lunedì … e poi, a me non dispiace trascorrere una giornata di brutto tempo in montagna, si provano emozioni molto intime a vagare sulla neve col maltempo, affatto spiacevoli. O non del tutto almeno. Qualcuno potrebbe pensare che ci sia del masochismo in questo, io credo invece che sia un modo per ritrovare quello spirito di competizione con la natura, che la nostra opulenta società ci ha fatto perdere, e che è possibile ritrovare proprio in questi momenti.
Peppino si era messo in testa e tirava come un forsennato, incollato alle sue code anch’io spingevo con affanno, e il sudore gelava istantaneamente sulle punte dei miei capelli, incorniciandomi la testa di fini arabeschi di ghiaccio. Di tanto in tanto qualche raffica più violenta ci faceva barcollare, e non di rado eravamo costretti a fermarci per non perdere l’equilibrio, riparando alla meglio il volto tra le braccia, per non essere colpiti dalla neve che si conficcava nella pelle con dolorose punture. Non mi era mai capitato di trovare un vento così forte nella valle del lago, si trattava di tramontana piena, che si incanalava dritta nella valle, perfettamente esposta a nord, eludendo l’auspicato riparo delle dorsali laterali. Di tanto in tanto mi voltavo indietro per assicurarmi della presenza di Stefano. Le nostre tracce, poco profonde, si trasformavano, pochi minuti dopo il nostro passaggio, in crestine ghiacciate che spiccavano in rilievo sulla neve pressata e gelata dal vento.
In mezz’ora di passo spedito avevamo raggiunto i ruderi del casaletto Piscini. Arrivammo insieme, noi e la nebbia. “Dannazione. Questa non ci voleva!” urlavo a Peppe che stava due metri davanti a me, ma non capiva per il ruggito del vento. “Ma come fa a starci la nebbia con un vento così violento?” mi chiedevo perplesso, e oramai scoraggiato. Avevamo tirato come matti per gustare qualche curva in discesa, e adesso non si vedeva più a un metro davanti agli occhi. Che jella.
Ci eravamo fermati, riparandoci alla meglio dalla violenza del maltempo, per aspettare Stefano e decidere insieme cosa fare. Beh, non è che ci fosse molto da discutere, le condizioni erano peggiorate notevolmente, e le possibilità di scelta ridotte ad una sola, ridiscendere in fretta.

È stato in quel momento che la situazione è peggiorata repentinamente, per quanto potesse peggiorare una situazione abbondantemente compromessa.
Raggiunti da Stefano, venivamo investiti da una serie di raffiche, sempre più violente via via che passavano i minuti. In pochissimo tempo ci eravamo ritrovati riversi a terra, schiacciati dalla furia del vento, storditi e disorientati, tesi ad avvertire un cenno di diminuzione, per poter reagire e organizzare la ritirata. La visibilità era diminuita all’inverosimile. Ci trovavamo in quel tratto della valle dove il pendio diminuisce, producendosi in una serie di piccoli dossi e vallette, prima del successivo salto che sostiene la conca del lago, e non eravamo in grado di stabilire la direzione da prendere per scendere. E dire che in quel posto ci eravamo stati non meno di una cinquantina di volte.
Superato il primo momento di smarrimento, avevamo iniziato a togliere le pelli dagli sci, cercando di resistere all’impeto della tempesta che pareva volesse strapparcele di mano, preoccupati di rimetterle al sicuro dentro lo zaino. Ci mancava pure di perderle. Con improbabili contorsionismi riuscivamo ad allacciare gli scarponi, e continuavamo a guardarci negli occhi per capire chi di noi avesse le idee chiare su dove dirigerci.
“Seguitemi.” La voce sicura e perentoria di Stefano ci scosse dall’indecisione. Dopo qualche tentativo infruttuoso di ritrovare le nostre tracce di salita, il pendio ai nostri piedi diventava più scosceso, prova inconfutabile che stavamo scendendo. Un muro d’aria compatto e furioso ci impediva di acquistare velocità in discesa, ed anche nei tratti più ripidi eravamo costretti a spingere con i bastoncini. Frange di nuvole correvano impazzite verso di noi, riducendo a tratti la visibilità a zero. In queste condizioni, con gli occhiali incrostati di ghiaccio, provati nel morale, cercavamo di perdere quota e di raggiungere il bosco per trovarvi riparo. Altro che serpentine e curve tirate. Mai come quella volta ci era capitato di trovarci in così serie difficoltà, un vero incubo.
“Porcu Sansò” fu l’unico commento che uscì dalle labbra di Stefano appena raggiunto il bosco delle svolte. Quell’esclamazione strana e senza senso, che Stefano stesso aveva imposto al gruppo a forza di pronunciarla, era diventato il nostro idioma, e nel bene o nel male accompagnava i momenti salienti delle nostre uscite. Mai come quella volta era apparso così espressivo.
I faggi intorno a noi erano scossi fino alle radici, e laceranti crepitii accompagnavano la nostra discesa. Di tanto in tanto qualche scrocchio più violento ci faceva sobbalzare.
Arrivati sul piano della Gardosa, il nostro umore migliorò, e ci scappò pure qualche battuta scanzonata, mentre la vista dei tetti dell’abitato di Foce ci rincuorava.
“Beh, ragazzi è andata” dicevamo al riparo da Battì, il gestore della Taverna della Montagna. Ci eravamo cambiati e sistemati davanti al tepore del camino. “Ricordate i propositi di ieri sera? Più veloci della perturbazione eh? E abbiamo anche creduto di essere più furbi degli altri, quelli che avevano rinunciato”. Il peggio era alle nostre spalle, le salsicce spiccavano sulla polenta fumante, qualche bicchiere di vino aveva riportato allegria. Allora ci venne in mente Carletto, quando dice che “La montagna è bella nel ricordo”. Un bel tipo Carletto, saggio, attento, dissacratore, l’uomo dei tatzebao, che affigge sui muri della sua città perché non si smarrisca il senso civico. In montagna ne ha viste di cotte e di crude, ed ha elaborato una teoria sul ricordo. Ha sempre sostenuto che la nostra mente, filtrando la memoria e lasciando passare solo i momenti migliori, produce, anche dalle esperienze più disgraziate, solo ricordi belli e nostalgici. Sarebbe questa una forma di difesa inconscia dell’alpinista, che gli permetterà di accettare le situazioni avverse, e comunicare positività.

Ho sempre pensato che la sua teoria sia più che valida, e la brutta esperienza vissuta non fa che confermarlo, perché ancora oggi, a distanza di anni, è vivo in me il ricordo di un bel sabato passato a tribolare, confortato dalla certezza che un momento così straordinario, per fortuna, potrò viverlo di nuovo.
Bravo Carlo, hai proprio ragione, Porcu Sansò!

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Foto Matteo Mazzali

La guida

La guida Scialpinismo in Appennino Centrale di Luca Mazzoleni.

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