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Tag: Escursioni nelle Dolomiti

In questa sezione troverai moltissime idee e approfondimenti per escursioni lungo i migliori itinerari di trekking delle Dolomiti

Per molti le Dolomiti sono fra le montagne più amate e frequentate al mondo. A rendere uniche queste montagne sono soprattutto le forme e i colori delle rocce scolpite dall’erosione millenaria. Da qualche anno l’UNESCO ha del resto inserito le Dolomiti a pieno titolo nel Patrimonio dell’Umanità.

Dalla Croda al Lago alla Marmolada, passando per le Dolomiti di Brenta, le Pale di San Martino, le Dolomiti Bellunesi, le Vette Feltrine, le Dolomiti Friulane, il Puez-Odle, lo Sciliar-Catinaccio, il Latemar, gli itinerari e le escursioni che abbiamo raccolto in questa sezione permettono di soddisfare le esigenze tanto degli escursionisti più esperti quanto degli amanti delle passeggiate a stretto contatto con le bellezze di una delle aree naturali più belle del mondo.

Una passeggiata sulle Dolomiti Friulane

Dolomiti d’oltre Piave o Dolomiti Friulane? Se la prima definizione è stata coniata da geografi e alpinisti che guardavano dal cuore delle Dolomiti, la seconda si deve agli appassionati di montagna del Friuli.

Comunque la si chiami, la catena al confine tra le valli friulane e venete, e che prosegue a sud con le cime dell’Alpago e l’altopiano del Cansiglio, offre paesaggi tipicamente dolomitici, e permette di inoltrarsi in ambienti selvaggi. Diretta da nord est a sud ovest la catena, tutelata sul versante orientale dal Parco delle Dolomiti Friulane, culmina nei 2703 metri della Cima dei Preti, seguita dal Monte Duranno, dal Monte Crìdola e dal Col Nudo. L’ultima elevazione di rilievo è il Cimon del Cavallo.
La fauna include il camoscio, il capriolo, lo stambecco, il cervo, l’aquila reale, il gallo cedrone, il picchio nero e alcuni orsi arrivati dal Tarvisiano. Molte le rarità botaniche. A rendere celebri queste valli, nel 1963, è stata la frana che precipitò dal Monte Toc nel lago artificiale del Vajont, e causò l’ondata di piena che uccise duemila persone tra Longarone, Erto e Casso. In tempi più recenti sono stati i libri di Mauro Corona, scrittore, guida alpina e scultore, a diffondere la conoscenza della zona. Nel settore meridionale, in vista dei colli dell’Alpago, le cime assumono forme prealpine. Ai loro piedi, il Bosco del Cansiglio ha rifornito per secoli di legname l’Arsenale di Venezia.

Escursionisti e alpinisti trovano su queste montagne selvagge alcuni dei loro rifugi più amati e una trentina tra bivacchi fissi e casere riadattate. Il primo rifugio del versante veneto è stato il Padova, inaugurato nel 1910 dal CAI, distrutto da una valanga nel 1931 e ricostruito in seguito. Il primo punto di appoggio del versante friulano è invece il rifugio Pordenone, classe 1930. Altri rifugi sono nati intorno alla Seconda Guerra Mondiale. Negli anni Settanta e Ottanta è stata la volta dei bivacchi. Da qualche anno, invece, si dà la precedenza alla ristrutturazione di casere in abbandono.

Rifugio Maniago
Rifugio Maniago

Il Parco Naturale Puez Odle e i suoi rifugi

“L’imponente catena delle Odle, che in tedesco si chiamano Geisler, era così vicina da costituire una sfida. Ci trasmise quel senso dell’armonia che oggi, tra grattacieli e autostrade, non si può più trovare”.

Così, qualche anno fa, Reinhold Messner presentava le montagne della sua infanzia e dei suoi primi passi in parete. Cresciuto in Valle di Funes, ai piedi di queste cime, il giovane Messner ha iniziato da lì il suo viaggio che lo ha portato sulle grandi pareti delle Dolomiti, delle Alpi e dell’Himalaya.

Le Odle, un nome che significa “aghi” in ladino, separano la Val Gardena dalla Valle di Funes, culminano nei 3030 metri della Furchetta e mostrano un celebre profilo dentellato. Il versante più spettacolare di queste cime è rivolto a nord verso Funes e le sue panoramiche malghe. A sud, gli speroni delle Fermede e del Sass Rigais declinano verso i pascoli e il vallone di Cìsles, percorso d’inverno da una celebre pista da sci.

A oriente delle Odle, tra la Val Gardena e la Val Badia, si distende l’altopiano carsico del Puez, circondato da vette arrotondate e inciso dalla Vallunga, che scende verso Selva Val Gardena. Più a nord, l’imponente Sass da Putia, che tocca i 2875 metri, si affaccia sul Passo delle Erbe e Antermòia e segna l’angolo nord-occidentale del mondo dolomitico.
Solo in parte note agli escursionisti e agli alpinisti italiani, amatissime da tedeschi, altoatesini e austriaci, queste montagne offrono una grande scelta di itinerari.

Il Sentiero delle Odle, Adolf Munkel Weg in tedesco, corre ai piedi delle pareti più spettacolari del gruppo collegando le malghe di Funes. Il panoramico Giro delle Odle può essere percorso in una o due tappe.

L’Alta Via numero Due tocca i rifugi Genova e Puez nel suo viaggio da Bressanone verso Feltre. I comodi viottoli che conducono alle malghe e ai rifugi si trasformano d’inverno in facili percorsi da fare con le ciaspole o gli sci, o da seguire in discesa con lo slittino.

rifugio-Gardenacia
rifugio Gardenacia

Stefano Ardito, nella guida I Rifugi delle Dolomiti – Trentino Alto Adige, illustra per ogni punto di appoggio la storia e il paesaggio, descrive il sentiero di accesso e indica preziose informazioni pratiche, tra cui le attività outdoor che si possono praticare da ogni struttura presentata. Ecco la guida ai 353 rifugi, malghe e bivacchi delle Dolomiti del Trentino Alto Adige:

rifugi Dolomiti Trentino Alto Adige

La guida alle escursioni sulle Dolomiti e ai sentieri della Grande Guerra

L’estate si avvicina e a chi sta programmando una vacanza sulle Dolomiti consigliamo la guida I Belvedere delle Dolomiti. Ce la racconta l’autore Eugenio Cipriani.

Questo volume raccoglie 50 escursioni ai belvedere più panoramici e facilmente raggiungibili sulle montagne o sui rilievi prealpini e collinari compresi nel territorio che va dall’Adige alla Rienza sino al Piave, incluso il Comelico (bacino del Padola). Gli itinerari sono prevalentemente ad anello, o comunque concepiti in modo che il punto di partenza coincida con quello del ritorno, così da evitare problemi logistici.

Tranne qualche eccezione, si tratta in prevalenza di percorsi facili, non esposti e privi di passaggi in roccia. Pertanto non richiedono né esperienza né attrezzatura alpinistica, ma solo una discreta capacità escursionistica ed un minimo di dimestichezza con l’ambiente montano; molti poi sono addirittura adatti a famiglie e principianti.

In questa sede con il termine “belvedere” si vogliono indicare quei luoghi elevati particolarmente panoramici: pur non essendo i punti più alti del gruppo o del sottogruppo montuoso al quale appartengono, grazie alla propria posizione isolata, decentrata o prominente, consentono una visione globale su uno o più gruppi montuosi oppure su valli e pianure.

È chiaro che le cime più alte offrono i belvedere maggiori: se si va in vetta al Cristallo si avrà una visione totale dell’Ampezzano, se si sale il Pelmo avremo il Cadore ai nostri piedi, per non parlare poi della cima della Marmolada, “tetto” dell’intera regione dolomitica. Descrivere le cime più alte sarebbe stata tuttavia una scelta banale, e comunque antologie che descrivono le vie di salita ai principali 3000 delle Dolomiti già esistono, mentre quella dei belvedere ci è sembrata invece una scelta più originale.

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Naturalmente la scelta dei luoghi da visitare è assolutamente personale: anzitutto ho descritto i belvedere che conoscevo e, fra questi, quelli che mi sembravano più meritevoli di essere conosciuti. Alcuni sono arcinoti, come il Vièl del Pan o il Sass de Stria, altri invece, come il Sass Becè o il Ciampanì, sono assolutamente fuori dalle rotte più battute dell’escursionismo dolomitico.

Non mancano anche ascese a vere e proprie vette dolomitiche, come il Sass de Putìa o la Cima orientale dell’Auta, ma anche in questo caso si tratta di cime sicuramente elevate, ma mai quanto le montagne che le circondano.

A inequivocabile testimonianza della “panoramicità” dei belvedere consigliati, ricordiamo che la maggioranza di essi in tempo di guerra è stata zona fortificata e postazione di avvistamento. A quel tempo il panorama era ovviamente un aspetto del tutto secondario, ma è altresì vero che senza vedute a 360° quelle roccaforti non avrebbero avuto motivo di esistere.
Buone escursioni a tutti!

I rifugi delle Dolomiti scelti e raccontati da Stefano Ardito

Quando nascono i rifugi delle Dolomiti? Come utilizzare i rifugi? Quale attrezzatura portare in rifugio? Stefano Ardito risponde nella guida I Rifugi delle Dolomiti – Trentino Alto Adige.

I rifugi del passato

La prima ascensione nota a una vetta importante dei Monti Pallidi risale al 1857, quando il britannico John Ball e la guida Giovan Battista Giacìn compiono la prima ascensione del Pelmo. La Marmolada viene tentata nei primi anni dell’Ottocento e salita nel 1864 dal viennese Paul Grohmann, con le guide Angelo e Fulgenzio Dimai. Qualche anno dopo accanto al ghiacciaio viene scavata una scomoda grotta artificiale, che diventa il primo rifugio delle Dolomiti.
I rifugi in muratura compaiono alla fine dell’Ottocento, per opera delle sezioni del DÖAV, il Deutsches und Östeirreischisches Alpenverein, della Società degli Alpinisti Tridentini (SAT) e del CAI. La Dreizinnen Hütte, l’odierno rifugio Locatelli-Innerkofler, viene inaugurata nel 1880 dalla sezione Hochpustertaler del DÖAV, ed è a lungo gestita dalla guida Sepp Innerkofler. Un anno dopo, sulle Dolomiti di Brenta, la SAT inaugura il rifugio Tosa. Nel 1885 la sezione di Bolzano del DÖAV inaugura la Schlern Haus, oggi rifugio Bolzano, sullo Sciliar.

La Grande Guerra trasforma anche i rifugi.I punti d’appoggio più vicini al fronte vengono rasi al suolo. Nel dopoguerra i rifugi del DÖAV in Alto Adige e in Trentino vengono requisiti dal Ministero della Guerra italiano, che poi li affida alle sezioni del CAI.

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… e quelli di oggi

Negli anni tra le due guerre mondiali l’alpinismo e l’escursionismo diventano popolari, i vecchi rifugi vengono ampliati, e ne sorgono di nuovi e più spaziosi. Dagli anni Cinquanta lo sci fa nascere rifugi privati accanto agli impianti di risalita e alle piste. Mentre alcune di queste strutture sono rustiche baite, altre hanno l’aspetto e i confort di alberghi di alta quota.
La diffusione del turismo alpino, e la nascita delle prime Alte Vie dolomitiche (la numero Uno è del 1966) spinge il CAI e i privati a realizzare molti altri punti di appoggio. Piuttosto che costruire bivacchi, negli ultimi anni si preferisce ristrutturare le vecchie malghe e casère abbandonate dai malgari.

Oggi sulle Dolomiti sorgono tra i 500 e i 600 rifugi, un numero variabile a seconda che si includano o meno nell’elenco i punti di appoggio accanto alle strade. Circa la metà sono di proprietà del CAI, della SAT e dell’Alpenverein Südtirol, il resto appartiene a privati. Le dimensioni e il comfort di queste strutture sono molto variabili, come gli escursionisti sanno bene.
Accanto ai rifugi in senso stretto esistono alberghi alpini non raggiungibili in auto, bivacchi a semibotte e malghe ristrutturate a bivacco dove si dorme nel sacco a pelo, e si cucina autonomamente.

Come utilizzare i rifugi?

Il periodo tradizionale di apertura dei rifugi sulle Dolomiti va dal 20 giugno al 20 settembre, alcune strutture sono aperte più a lungo dall’inizio di giugno fino a ottobre inoltrato. Molte, nei pressi di strade o impianti di risalita, sono aperte anche nella stagione sciistica. Il locale invernale sempre aperto esiste in quasi tutti i rifugi del CAI, può essere utilizzato liberamente solo quando il resto della struttura è chiuso, e serve in estate da dépendance del rifugio principale.

La sistemazione per la notte è normalmente in camerate o in camerette a 4, 6 o 8 letti. Nei rifugi gestiti la prenotazione è sempre utile, ed è essenziale per quelli più frequentati. I soci del CAI hanno uno sconto del 50% sul pernottamento e a volte anche sul vitto, una facilitazione che non si applica ai rifugi privati.

Chi frequenta un rifugio deve comportarsi in maniera adeguata. Vanno evitati schiamazzi, cori e quant’altro. Dalle 22 alle 6, nei rifugi vale il silenzio assoluto, in omaggio a chi deve alzarsi presto. Da qualche anno è obbligatorio l’uso del sacco-lenzuolo. Anche se i rifugi hanno un efficiente servizio di smaltimento dei rifiuti, è importante che escursionisti e alpinisti riportino con sé a valle le proprie immondizie.

Gli itinerari

I sentieri verso i rifugi sono descritti dai più vicini luoghi raggiungibili in auto, in bus o con gli impianti di risalita. Il dislivello è complessivo, ed è calcolato sommando i vari dislivelli incontrati. Il tempo non comprende le soste ed è riferito a un escursionista allenato. La segnaletica è quasi ovunque bianco-rossa.

Cinque-Torri-arrampicata

L’abbigliamento e l’attrezzatura

Intorno ai 2000 metri, nelle giornate di sole, si possono utilizzare i calzoni corti e un abbigliamento leggero. Se il tempo volge al brutto, però, occorrono i pantaloni lunghi, il berretto e i guanti, un maglione in pile, un guscio o una mantellina e un copri-zaino impermeabile. Utili anche i bastoncini telescopici, la bussola, l’altimetro, la carta topografica e/o il GPS. Fondamentale la borraccia.

Sentieri attrezzati e ferrate, frequentissimi sulle Dolomiti, dovrebbero sempre essere affrontati con imbragatura, casco e con cordini e moschettoni (oggi sono in commercio dei “set da ferrata” completi) per autoassicurarsi nel modo migliore.

Ecco la guida ai 353 rifugi, malghe e bivacchi delle Dolomiti del Trentino Alto Adige:

rifugi Dolomiti Trentino Alto Adige

Itinerari sullo Sciliar e Sassolungo

Sassolungo, Langkofel, Saslònch. Tre nomi, in italiano, tedesco e ladino, indicano una delle montagne più imponenti delle Alpi. Impressionante se vista dalla Val Gardena, la piramide rocciosa del Sassolungo, 3181 metri, attenua un po’ il suo slancio quando la si vede dalla Valle di Fassa o dall’Alpe di Siusi.

Gli alpinisti conoscono il Sassolungo per l’impegnativa via normale, salita nel 1869 da Paul Grohmann con le guide Peter Salcher e Franz Innerkofler, e per gli itinerari di alta difficoltà aperti da grandi alpinisti come Paul Preuss, Hans Schmitt, Eduard Pichl, Gino Soldà, Emilio Comici, Cesare Maestri, Reinhold Messner e Ivo Rabanser.
A chi cammina, oltre alle passeggiate ai piedi del massiccio – il Sentiero Federico Augusto a sud, il Giro del Sassolungo a nord – la montagna offre la discesa dalla Forcella del Sassolungo per l’omonimo vallone, e gli itinerari del Sassopiatto.
A ovest del Sassolungo, un’altra montagna famosa si affaccia sulla valle dell’Isarco e Bolzano. A rendere inconfondibile lo Sciliar è il suo aspetto a due facce. All’altopiano si affiancano i ciclopici “denti” di dolomia della Punta Santner e della Punta Euringer.
Ai piedi dello Sciliar l’Alpe di Siusi, il più vasto altopiano erboso dell’Alto Adige, ha fornito per secoli fieno e pascoli agli abitanti di Siusi, Castelrotto, Fiè e della Val Gardena, ed è dai primi decenni del Novecento un luogo grande del turismo alpino.
I rifugi del Sassolungo, sono accessibili senza troppa fatica. Se il rifugio Vicenza sorge in un selvaggio vallone, propongono atmosfere più dolci i rifugi Friedrich August, Pertini e Sasso Piatto, lungo il Sentiero Federico Augusto, che corre alla base del massiccio.
Anche il rifugio Bolzano, a mezz’ora di cammino dalla vetta dello Sciliar, è da oltre un secolo un punto d’incontro per gli escursionisti. Gli si affiancano alcune malghe con servizio di ristoro, e il rifugio Malghetta Sciliar utilizzato dalle cordate dirette alle Torri.

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Rifugio Sasso Piatto

Passione montagna. Rispetto dell’ambiente alpino e vie ferrate si può

Abbiamo trovato nelle pagine iniziali della guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti alcune delle motivazioni che hanno spinto gli autori Federica Pellegrino e Marco Corriero a scrivere questa guida e a condividere con il pubblico la loro passione.

Ferrate sì, Ferrate no

“La popolarità di cui godono oggi le vie ferrate, frequentate da un numero sempre maggiore di appassionati, ha animato l’annosa diatriba fra detrattori e sostenitori. Per gran parte degli alpinisti puri le ferrate sono dei parchi giochi, un trucco disonesto per salire le montagne, una scorciatoia verso la verticalità. Molti ritengono, inoltre, che tutto questo ferro sulla roccia abbia dissacrato splendide pareti e, quel che è peggio, si incroci con vie alpinistiche classiche.

Dal canto loro, gli escursionisti rispondono rivendicando il proprio diritto ad assecondare il richiamo della paura, a vivere la verticalità in sicurezza, a provare quel senso di assoluto che solo l’alta montagna suggerisce. Perché raggiunta la vetta, dove l’orizzonte non ha confini, ci si sente fruitori di un patrimonio universale, di qualcosa che appartiene a tutti. Appartiene a chi ha “ucciso l’impossibile” sudando su una via di roccia a rischio della vita. E appartiene anche a chi se l’è presa comoda ed è salito con uno dei tanti ascensori per il cielo, strutture avveniristiche che spuntano ormai come funghi, coprendo dislivelli enormi e deturpando l’ambiente montano ben più degli esili infissi delle ferrate. E, ovviamente, appartiene agli escursionisti che procedono lentamente con i moschettoni agganciati alle funi metalliche lungo i percorsi attrezzati.

Probabilmente la questione non si spegnerà mai. Tuttavia, l’aumento esponenziale di appassionati è sinonimo di piacere e, a questo proposito, ci piace ricordare Reinhold Messner che, a chi gli chiese cosa pensasse delle vie ferrate, rispose: “Vi ho incontrato talmente tante persone felici che devo esserne per forza a favore”.

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Noi che semplicemente amiamo la montagna troviamo la diatriba sulle ferrate piuttosto sterile e fine a se stessa se sostenuta da argomentazioni elitarie e volte a operare una selezione non solo tra i mezzi ma anche tra gli individui reputati idonei a risalire le pareti rocciose.
Partendo dal presupposto che le strutture artificiali sulle montagne esistono e sono ineliminabili, sarebbe auspicabile e costruttivo spendere energie e risorse per promuovere comportamenti positivi ed educare le giovani generazioni al rispetto dell’ambiente alpino, di se stessi e degli altri: solo così si salveranno le Dolomiti, e non solo quelle.”

Antelao, Sorapiss e Marmarole: giganti selvaggi delle Dolomiti

I selvaggi giganti del Cadore si alzano a oriente di Cortina, separano la Valle del Boite da quelle dell’Ansiei e del Piave, offrono alcuni dei paesaggi più spettacolari e incontaminati delle Dolomiti. Ben visibili da Cortina, da Misurina e da Auronzo, queste montagne dall’accesso quasi sempre faticoso garantiscono all’escursionista luoghi di straordinario fascino.

Con l’eccezione delle funivie del Faloria e delle seggiovie che salgono da San Vito di Cadore e da Auronzo, mancano sull’Antelao, le Marmarole e il Sorapiss gli impianti di risalita e le strade che hanno stravolto negli ultimi decenni molti luoghi delle Dolomiti. I canaloni nevosi, i ghiacciai, la facilità dell’incontro con camosci e stambecchi, la solitudine offerta da gran parte degli itinerari fanno sì che l’atmosfera sia decisamente diversa da quella delle Tofane, del Catinaccio e delle Tre Cime di Lavaredo.

Le vette dell’Antelao, del Sorapiss, del Cimòn del Froppa e altre più interessanti delle Marmarole non presentano itinerari escursionistici, ma oppongono anche nelle vie normali passaggi di arrampicata riservati ad alpinisti, o a buoni camminatori accompagnati da una guida alpina. Anche le Alte Vie numero Quattro e Cinque, che scavalcano queste montagne, affrontano tratti attrezzati, facili passaggi su roccia e ripidi canaloni di neve, e sono quindi riservati a escursionisti esperti. Non presentano normalmente difficoltà, invece, gli itinerari che salgono verso i rifugi dalla Val d’Ansiei, dalla Valle del Boite o dalla Valle del Piave.

I pochi rifugi di queste montagne, quasi tutti di proprietà delle sezioni venete del CAI, sono accoglienti, tradizionali e tranquilli, e hanno spesso una lunga storia alle spalle. I rifugi privati sono pochi, e sono concentrati all’estremità orientale e in quella occidentale della catena. Numerosi sono anche i bivacchi fissi, sistemati negli anni Sessanta e Settanta come posti-tappa lungo l’Alta Via, che permettono di compiere delle interessanti traversate di più giorni.

rifugio Chiggiato
rifugio Chiggiato

Una passeggiata sul Gruppo del Sella

Con le sue pareti, i suoi valloni, i ghiaioni e i nevai che occupano anche in estate gran parte del suo altopiano sommitale, il Sella ha una conformazione diversa da quella degli altri massicci dei Monti Pallidi. Vediamo perché.

Cuore del mondo e della cultura ladina, questo gruppo verso il quale confluiscono la valle del Cordévole, la Valle di Fassa, la Val Gardena e la Val Badia ha una pianta grosso modo circolare e culmina nella vetta del Piz Boè, il “tremila” più frequentato dei Monti Pallidi, che è anche una delle grandi montagne più spesso visitate delle Alpi.

Sul Sella s’incontrano il Sudtirolo, il Trentino e il Veneto. La quota elevata e la posizione al centro del mondo dolomitico ne fanno un magnifico belvedere. Le strade e le piste da sci che compiono il periplo del massiccio scavalcano i passi Sella, Gardena, Campolongo e Pordoi che vengono traversati nelle belle giornate estive da lunghe file di auto, pullman, moto e camper. D’inverno migliaia di sciatori percorrono ogni giorno la Sella Ronda, l’anello intorno al massiccio che è reso possibile da una fitta rete di impianti di risalita e di piste.

Il Sella è frequentato dai primordi dell’alpinismo e dell’escursionismo dolomitico, e ha visto nascere una rete di sentieri attrezzati già tra l’Otto e il Novecento. Gli alpinisti possono scegliere tra itinerari di ogni livello di difficoltà, gli escursionisti tra i sentieri che conducono ai rifugi, i panoramici percorsi verso i 3152 metri del Piz Boè, le impegnative ed esposte ferrateTridentina, Piazzetta, Lech de Boè, Mèsules – tracciate sulle pareti del gruppo.

La storia dei rifugi del Sella inizia nel 1894, quando la sezione di Bamberga del DÖAV costruisce il rifugio Boè, nel lunare deserto di pietra tra la vetta più elevata del massiccio e l’Antersass. Oggi, anche se i sentieri sono molto frequentati, i veri rifugi del Sella sono pochi. Si affiancano loro i numerosi punti d’appoggio che sorgono sui quattro celebri passi, accanto alle strade e al margine delle piste da sci.

Rifugio Cavazza
Rifugio Cavazza