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Tag: Escursioni nelle Dolomiti

In questa sezione troverai moltissime idee e approfondimenti per escursioni lungo i migliori itinerari di trekking delle Dolomiti

Per molti le Dolomiti sono fra le montagne più amate e frequentate al mondo. A rendere uniche queste montagne sono soprattutto le forme e i colori delle rocce scolpite dall’erosione millenaria. Da qualche anno l’UNESCO ha del resto inserito le Dolomiti a pieno titolo nel Patrimonio dell’Umanità.

Dalla Croda al Lago alla Marmolada, passando per le Dolomiti di Brenta, le Pale di San Martino, le Dolomiti Bellunesi, le Vette Feltrine, le Dolomiti Friulane, il Puez-Odle, lo Sciliar-Catinaccio, il Latemar, gli itinerari e le escursioni che abbiamo raccolto in questa sezione permettono di soddisfare le esigenze tanto degli escursionisti più esperti quanto degli amanti delle passeggiate a stretto contatto con le bellezze di una delle aree naturali più belle del mondo.

Catinaccio e Latemar, meta prediletta degli escursionisti

In italiano si chiama Catinaccio, in tedesco Rosengarten. Qualunque nome si utilizzi, il massiccio che separa le valli di Fassa e di Tires è uno dei più spettacolari delle Dolomiti.

In estate, le lunghe file di escursionisti che salgono da Gardeccia al Passo Principe e alla Gola delle Torri, come le cordate sulle Torri del Vajolet, danno l’immagine di una montagna affollata. Il Catinaccio, le Torri del Vajolet, la Roda di Vaèl, il Catinaccio d’Antermòia (la vetta più alta con i suoi 3002 metri) sono famosi nel mondo. Sono altrettanto conosciuti i rifugi Roda di Vaèl, il Vajolet, il Preuss e il Re Alberto.

Una volta visitate le valli più famose, però, si può puntare verso i luoghi che offrono solitudine e silenzio. È il caso del rifugio d’Antermòia, accanto all’omonimo lago, dell’Alpe di Tires e del rifugio Bergamo che si affaccia sui selvaggi valloni del versante occidentale del massiccio. Gli itinerari del Catinaccio sono molto diversi tra loro. Gli impianti di risalita del rifugio Paolina, del rifugio Fronza e del Ciampedìe, insieme ai bus navetta per Gardeccia, fanno sì che molti punti di appoggio si raggiungano con comode passeggiate. Altri rifugi, dal Passo Principe all’Antermòia, richiedono camminate più lunghe.

La Gola delle Torri, che conduce ai rifugi Re Alberto e Passo Santner, può creare dei problemi agli inesperti.
Chi ama gli itinerari attrezzati può scegliere tra i facili percorsi che conducono sulla Roda di Vaèl e a Passo Santner, le lunghe ferrate del Catinaccio d’Antermòia e quelle, a tratti acrobatiche, del Masaré e del Molignòn.

Al tramonto il Passo Santner è tra i luoghi più emozionanti dei Monti Pallidi, al mattino il Ciampedìe e Gardeccia offrono degli spettacoli straordinari.
Si affianca da sud al Catinaccio il Latemar, che fa da sfondo al celebre Lago di Carezza ma resta una mèta misteriosa per molti escursionisti. La roccia friabile, l’impressionante altopiano dei Lastei di Valsorda, le valli solitarie e selvagge lo rendono un luogo speciale. Il rifugio Torre di Pisa, l’unico del gruppo, è un ottimo belvedere.

Rifugio Re Alberto - ph Giampaolo Calzà
Rifugio Re Alberto – ph Giampaolo Calzà

Cortina e i suoi monti ricchi di storie

Una severa fortezza italiana sorveglia Cortina d’Ampezzo e la valle del Boite. Il Forte di Monte Rite, in territorio di Cibiana di Cadore, è stato costruito dal 1911. Ecco la storia.

Era armato con quattro cannoni da 149 mm protetti da cupole d’acciaio, presidiato da 500 uomini, affiancato da una polveriera, una caserma e un osservatorio. Come gli altri forti della zona, fu abbandonato senza sparare un colpo dopo lo sfondamento austro-ungarico a Caporetto.

Il forte, raggiunto da una strada militare, ospita dal 2002 uno dei musei realizzati dall’alpinista Reinhold Messner. Il “Museo nelle nuvole” racconta la storia della scoperta culturale delle Dolomiti, e poi quella dell’alpinismo dolomitico. Il terrazzo offre uno straordinario panorama che si può ammirare dalle vetrate che hanno sostituito le cupole che proteggevano i cannoni. La vecchia caserma è diventata oggi il rifugio Dolomites.

Forte-Monte-Rite

Le sofferenze di Cortina. Se il Forte di Monte Rite non viene toccato dalla guerra, le cose sono diverse per Cortina d’Ampezzo. La cittadina e i suoi abitanti, che parlano un dialetto ladino, restano in territorio imperiale dopo la guerra del 1866, che fa diventare italiane San Vito di Cadore, Borca e Calalzo.
Nel 1809 gli Schützen d’Ampezzo partecipano alla rivolta di Andreas Hofer contro i bavaresi e i francesi. Nel 1848, quando il Cadore si ribella contro l’Austria-Ungheria, la gente di Cortina resta fedele all’Impero. Come segno di riconoscenza, il giovane Francesco Giuseppe dona agli Schützen una bandiera verde e bianca. Vi campeggiano il castello di Botestagno, stemma di Cortina, e il Sacro Cuore di Gesù, al quale il Tirolo è stato consacrato nel 1796.
Nel 1914, allo scoppio della guerra, gli uomini d’Ampezzo partono per il fronte orientale. Le guide alpine, come Angelo Dibona, vengono invece arruolate nei Kaiserjäger. Quando l’attacco italiano si avvicina, i generali di Vienna scelgono di non difendere Cortina, con il suo confine che taglia in piano la valle, ma di arroccarsi sulle montagne più a nord, dal Lagazuoi e dalle Tofane fino al Cristallo e alle Tre Cime.

Verso-cima-Tofana
I primi militari in grigioverde, otto fanti della Brigata Marche, entrano a Cortina il 27 maggio 1915. Antonia Verocai Zardini scatta alcune foto della scena. L’indomani, quando fotografa un altro reparto italiano, un ufficiale le ordina di smettere.
I rapporti tra gli ampezzani e i militari in grigioverde sono difficili. I comandi italiani sono infastiditi dai valligiani che non mostrano gratitudine per essere stati liberati. Nella valle arrivano quarantamila soldati, alberghi, case, stalle e fienili vengono requisiti, su campi e pascoli sorgono accampamenti e depositi, il coprifuoco è severo.
Mentre gli ampezzani arruolati nel 1914 combattono e muoiono in Galizia, i giovani e gli anziani sono arruolati tra i Landesschützen, i reparti territoriali. Molti di loro, dalle postazioni della Croda de r’Ancona, di Son Pòuses, del Lagazuoi e del Cristallo, vedono le loro case e il paese occupato dalle truppe italiane.
Tra il 1915 e il 1916 gli italiani tentano di sfondare tra il Ponte Alto e Son Pouses, poi gli scontri si spostano verso le Tofane e il Falzarego. L’11 luglio 1916, una mina italiana fa saltare in aria il Castelletto, massacrando i difensori austro-ungarici ma senza spostare in maniera sensibile il fronte.
A un anno e mezzo tranquillo segue lo sfondamento austro-ungarico a Caporetto, che costringe i reparti in grigioverde ad abbandonare le Dolomiti.
L’8 novembre 1917 le truppe imperiali tornano a Cortina d’Ampezzo. “Questo giorno non lo scorderemo mai più!” annota la lealista Maria Menardi de Vico. Alla fine del mese, il nuovo imperatore Karl arriva in paese e passa in rassegna gli Schützen. Un anno dopo l’Italia torna nella conca d’Ampezzo per restarci.

Dopo la fine della guerra. Cortina, come Livinallongo, viene staccata dall’Alto Adige e inserita nella nuova provincia di Belluno. Negli anni il benessere legato al turismo sana le antiche ferite, Cortina si integra nel Veneto, i sentieri di guerra del Falzarego, delle Cinque Torri e del Cristallo diventano delle attrattive per escursionisti e turisti. Nel 1956 la cittadina ospita le Olimpiadi invernali.
I 134 caduti ampezzani della Grande Guerra, però, restano vittime “di serie B”. Mentre di fronte alla stazione ferroviaria una colonna ricorda il generale Antonio Cantore, ucciso nel 1915 sulle Tofane, e nel Sacrario di Pocol vengono raccolte le salme dei caduti italiani, la gente di Cortina ottiene solo nel 1929 il permesso di erigere un monumento ai padri, ai figli e ai mariti caduti. La condizione è che sia all’interno del cimitero, e invisibile da fuori.
La bandiera bianco-verde degli Schützen, rimasta per decenni a Brunico, torna a Cortina nel 2002 dopo la ricostituzione della compagnia degli Schützen di Anpezo-Hayden. Nella “perla delle Dolomiti” qualcosa ri-corda ancora Francesco Giuseppe.

Un itinerario nella memoria. La visita ai luoghi della guerra a Cortina inizia dalla vecchia stazione, di fronte alla quale sorge dal 1921 il monumento al generale Antonio Cantore, opera dello scultore (ed ex-alpino) Umberto Diano. Sulla piazza centrale, all’ombra della parrocchiale settecentesca dei Santi Filippo e Giacomo e dell’imponente campanile del 1857, il busto di Angelo Dibona ricorda una grande guida alpina, e un uomo che vestì con onore la divisa dei Kaiserjäger.
Nella sede della “Union de i Ladis de Anpezo” si può vedere (su richiesta, non si tratta di un museo!) la ottocentesca bandiera degli Schützen. Una passeggiata in discesa porta al cimitero. A sinistra dell’ingresso, oltre le lapidi dedicate alle guide alpine, è la cappella dei caduti della Grande Guerra. Accanto ai nomi dei caduti, dei dispersi, dei civili morti per cause di guerra, dei deceduti dopo l’armistizio a causa di ferite o malattie legate si leggono i nomi di luoghi lontani: Galizia, Vojvodina e Bucovina.

Sacrari, trincee, fortezze. La strada che sale al Passo Falzarego conduce a Pocol, da cui si raggiunge con una breve passeggiata il Sacrario. Quest’ultimo, progettato da Giovanni Raimondi e terminato nel 1935, ospita i resti di 9707 caduti italiani (4455 di loro sono ignoti), tra i quali il generale Cantore, e di 37 caduti austro-ungarici.
Dalla strada per il Passo si sale in auto al rifugio Dibona. Iniziano da qui il facile e faticoso sentiero per Forcella Fontananegra e il rifugio Giussani (nei pressi fu ucciso il generale Cantore) e quello che sale alle gallerie del Castelletto. L’escursione più nota, da seguire con attrezzatura da ferrata e pila frontale, sale a spirale nella montagna. La galleria Karman, del tutto facile, ospita un cannone italiano.
Le trincee restaurate ai piedi delle Cinque Torri si raggiungono con la seggiovia che conduce al rifugio Scoiattoli. Il sentiero, breve e ben segnalato, offre dei panorami mozzafiato. In alternativa si può raggiungere in auto il rifugio Cinque Torri, e proseguire a piedi da lì.

Trincee-delle-Cinque-Torri
Le spettacolari postazioni della Croda de r’Ancona si raggiungono con un bel sentiero da Malga Ra Stua, dove si arriva con i bus navetta da Fiames. Inizia dal posteggio di Sant’Uberto il sentiero che sale alle piazzole di artiglieria di Son Pouses.

Il “Museo nelle nuvole”. Il Forte di Monte Rite, che ospita uno dei musei di Reinhold Messner, si raggiunge dal Passo Cibiana, tra Cibiana di Cadore e Forno di Zoldo. Si può salire con uno dei fuoristrada che effettuano servizio di navetta, o a piedi per diversi sentieri. Le raccolte sono dedicate all’arte e alla storia dell’alpinismo. La terrazza, con le sue cupole di cristallo, offre un meraviglioso panorama sulle Dolomiti.

Escursioni e vie ferrate sulle Cinque Torri e sulla Croda da Lago

Le piccole montagne che separano il Passo Falzàrego dal Passo Giau offrono paesaggi e itinerari tra i più celebri delle Dolomiti.

Mentre arrampicatori provenienti da ogni parte del mondo frequentano le pareti delle Cinque Torri, una delle palestre di roccia più ricche di storia e fotografate delle Alpi, l’elementare e panoramico sentiero che sale verso la cima del Nuvolau vede passare nelle belle giornate d’estate centinaia di escursionisti.

È facile trovare degli ingorghi anche sulla breve e facile via ferrata che conduce alla sommità dell’Averau. Negli ultimi anni la sistemazione delle trincee e delle postazioni d’artiglieria italiane ai piedi delle Cinque Torri ha reso ancora più suggestive le passeggiate in questa zona.

La fama di questo piccolo settore dolomitico, circondato da vette ben più imponenti come le Tofane, l’Antelao, il Pelmo e il Cristallo, si deve alla vicinanza a Cortina e alla strada del Passo Falzàrego, che la collega con la Val Badia e la valle del Cordévole.

Contribuiscono alla notorietà della zona la possibilità di visitarla anche d’inverno grazie a delle belle piste da sci, e l’Alta Via numero Uno che attraversa questo angolo dei Monti Pallidi nel suo lungo viaggio dal Lago di Braies a Belluno.
Le cose sono in parte diverse ai piedi della Croda da Lago, una bella e solitaria montagna molto amata dagli alpinisti e dai villeggianti dei primi anni del Novecento, e lasciata un po’ in disparte quando le strade e le funivie hanno iniziato ad “avvicinare” molti dei massicci vicini al fondovalle, e le arrampicate di bassa e media difficoltà sono passate di moda.

I boschi, l’altopiano dei Lastoni di Formìn e il romantico Lago Fedèra meritano invece una visita da parte dei camminatori di oggi. I rifugi sono numerosi tra le Cinque Torri e la vetta del Nuvolau, e si riducono a uno solo (più una malga con servizio di agriturismo) ai piedi della Croda da Lago.

Rifugio Scoiattoli - ®Bandion

Escursioni e vie ferrate sulla Marmolada per un’estate indimenticabile

La “regina delle Dolomiti” si alza tra la Val di Fassa, il Passo Fedàia e la Val Pettorina. Vi presentiamo sua maestà la Marmolada!

Oltre alla quota (la Punta Penìa, 3343 metri, è la massima cima delle Dolomiti) la Marmolada è resa inconfondibile dalla sua struttura asimmetrica. A nord, verso il Passo e il lago di Fedàia, scendono pendii coricati, ammantati dal più esteso ghiacciaio dei Monti Pallidi, in rapido ritiro. Sul versante opposto, verso la Val d’Ombretta, la montagna scende con una delle pareti più impressionanti delle Alpi.

Chi osserva la Marmolada da nord nota innanzitutto il ghiacciaio, al quale si affiancano i bastioni rocciosi del Gran Vernèl, della Punta Seràuta e del Sasso delle Undici. Se si guarda dall’alta Val di Fassa, la Marmolada è un triangolo roccioso, che domina i boschi e i pascoli. Per chi la vede da sud, coincide con la sua parete Sud, che alterna pilastri e placche levigate e verticali a profondi sistemi di fessure.

Il primo tentativo di salita alla vetta per il ghiacciaio è stato compiuto nel 1802, la vetta più alta è stata vinta nel 1864. La parete Sud, tra le più difficili delle Dolomiti, è stata conquistata nel 1901 e ha visto nascere dagli anni Settanta itinerari di settimo, ottavo grado e oltre, sui quali si cimentano oggi i migliori arrampicatori del mondo.

A sud della Marmolada, e fino al Passo San Pellegrino, si alzano montagne meno celebri come la Cima di Costabella e la Cima dell’Uomo. La zona include le pareti levigate dei Monzoni e dei Maerins, percorsi da altri sentieri di grande fascino, e da altri itinerari di arrampicata di alto livello.

L’elenco dei rifugi include grandi strutture come il Castiglioni e il Contrìn, lo storico rifugio Falièr dove passano la notte le cordate dirette alla parete Sud, e il piccolo rifugio sulla vetta della Punta Penìa, il più alto delle Dolomiti. Più a sud, meritano una visita il rifugio Vallaccia e quello del Passo delle Selle, all’inizio delle creste di Costabella.

Rifugio Contrin
Rifugio Contrin

Dolomiti di Brenta, paradiso per gli escursionisti

Campanile Basso, Crozzòn di Brenta, Cima d’Ambiez, Brenta Alta. I nomi delle vette più famose del Brenta sono un concentrato di storia dell’alpinismo. Sulla roccia di queste elegantissime vette, dalla fine dell’Ottocento, personaggi come Paul Preuss, Bruno Detassis, Cesare Maestri hanno tracciato vie celebri. Ai loro piedi sono nati alcuni dei rifugi più famosi dei Monti Pallidi.

Le Dolomiti di Brenta, l’unico massiccio dolomitico a ovest dell’Adige, sono state battezzate “una selva di guglie, di torri, di arditi pinnacoli” dal geografo e irredentista trentino Cesare Battisti. Esteso su 61.864 ettari, il Parco Adamello-Brenta è stato istituito nel 1967 dalla Provincia di Trento, e include anche i massicci cristallini della Presanella e dell’Adamello con i loro ghiacciai.

Le Dolomiti di Brenta culminano nei 3173 metri della Cima Tosa, alla quale si affianca il Crozzòn di Brenta. Oltre la Val Brenta si alzano la Cima Brenta (3150 metri) e le cime rocciose della Brenta Alta, del Campanile Basso e del Campanile Alto. Notevoli anche la Cima d’Ambiez e il Croz dell’Altissimo, affacciato sulla Valle delle Seghe e Molveno.

Sentieri, ferrate e arrampicate della parte centrale del Brenta sono famosi tra camminatori e alpinisti di tutto il mondo. I rifugi Brentei, Tuckett e Sella, Alimonta e Pedrotti, basi per questi itinerari, sono delle grandi strutture gestite spesso in maniera esemplare.

Offrono atmosfere più tranquille i rifugi Agostini e XII Apostoli, nei solitari valloni rocciosi del settore meridionale del Brenta, e i piccoli rifugi della Valle delle Seghe, sorvegliata dal Croz dell’Altissimo. Presentano scenari diversi la selvaggia catena settentrionale del Brenta, con i suoi bivacchi che si raggiungono attraverso itinerari impegnativi, e il massiccio della Campa, con le sue malghe sistemate a bivacco.
Completano il quadro i rifugi al servizio delle piste da sci di Madonna di Campiglio e Pinzolo, aperti anche in estate e spesso affacciati su magnifici panorami.

rifugio-Agostini
Rifugio Agostini

Stefano Ardito, nella guida I Rifugi delle Dolomiti – Trentino Alto Adige, illustra per ogni punto di appoggio la storia e il paesaggio, descrive il sentiero di accesso e indica preziose informazioni pratiche, tra cui le attività outdoor che si possono praticare da ogni struttura presentata. Ecco la guida ai 353 rifugi, malghe e bivacchi delle Dolomiti del Trentino Alto Adige:

rifugi Dolomiti Trentino Alto Adige

Finalmente disponibile Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti

Arriva in edicola, in libreria e sul web Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti: la guida con 50 vie ferrate sulle vette più belle del mondo!

Federica Pellegrino e Marco Corriero, esperti e appassionati escursionisti, hanno selezionato 50 tra gli itinerari attrezzati più spettacolari delle Dolomiti: vie classiche e storiche, sentieri naturalistici e siti paleontologici, le prime ferrate del secolo scorso e le novità del nuovo millennio, tracciati atletici e sentieri per principianti. In una stagione gli autori li hanno percorsi tutti e di ciascuno descrivono lo sviluppo, completo di dati tecnici aggiornatissimi, e raccontano una storia, che rievochi con le parole e le immagini il senso profondo di questi straordinari giganti di pietra.

Pubblichiamo in anteprima un estratto dall’introduzione degli autori.

Il paesaggio dolomitico, con la sua geometria e la sua storia, ha favorito più che altrove nell’arco alpino lo sviluppo di vie ferrate, meta di un numero sempre maggiore di appassionati.
Quando Iter Edizioni ci ha proposto di individuare e descrivere le 50 più belle ci siamo resi conto che l’impresa sarebbe stata ardua perché le Dolomiti sono esse stesse sinonimo di bellezza e gli straordinari itinerari attrezzati che ospitano superano di gran lunga il numero 50. Inevitabilmente avremmo dovuto sacrificarne qualcuno. Senza considerare la difficoltà a definire il concetto di bellezza di una ferrata. Per qualcuno il bello sta nel brivido della verticalità di tracciati sportivi; qualcun altro lo trova nel silenzio, nella solitudine e nella fatica; c’è chi infine nell’escursione coglie l’opportunità di conoscere la montagna e la sua storia.

Per tutte queste ragioni, la selezione che proponiamo in questa guida, distribuita su sei gruppi montuosi e cinque gradi di difficoltà, non ha la pretesa di essere esaustiva, ma costituisce un variegato mosaico in grado di soddisfare le diverse esigenze di chi si avvicina alle ferrate o già le pratica. Al di là dell’aspetto atletico, gli itinerari che abbiamo scelto sono l’invito a lasciarsi guidare nella meraviglia del paesaggio dolomitico con curiosità e senza fretta, perché non ci sono record da stabilire quando si guadagna una vetta: lo spettacolo, immenso e stupefacente, è lì da sempre e aspetta solo di essere ammirato. E sono soprattutto lo stimolo a muoversi in montagna consapevoli di essere all’interno di aree protette, di musei a cielo aperto, sulle vie leggendarie dei primi alpinisti, sulle orme indelebili dei soldati della Grande Guerra e nella memoria di altre vicende che hanno segnato la storia del nostro Paese.

Con questi obiettivi, tra il 2014 e il 2015, abbiamo percorso vie classiche e storiche, ma anche itinerari naturalistici e siti paleontologici; ci siamo sentiti minuscoli misurandoci con la ferrata più antica delle Dolomiti, con quella più difficile e con la più giovane, per i significati diversamente profondi che esse rivestono; ci siamo affaticati su sentieri lunghi e solitari e divertiti su tracciati brevi e adrenalinici. Di ciascuna via percorsa descriviamo l’accesso, l’avvicinamento e lo sviluppo, con tutti i dati tecnici necessari a predisporre l’escursione. Ma soprattutto raccontiamo una storia, con le parole e le immagini, che rievochi la straordinarietà e colga il senso profondo e completo di questi giganti.

La guida

guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti

 

Le cime delle battaglie più note delle Dolomiti: Col di Lana, Falzarego, Lagazuoi

Emozionanti itinerari lungo i luoghi che hanno conosciuto i momenti più drammatici del primo conflitto mondiale sono nel capitolo dedicato al Col di Lana, Falzarego e Lagazuoi nel volume La Grande Guerra. Guida ai luoghi del 1915-18 di Stefano Ardito.

Il Falzarego e le sue vette permettono di scoprire luoghi e storie della Grande Guerra anche a chi non ama o non può camminare. Sui 2105 metri del Passo Falzarego, oltre a dei vasti posteggi e a un rifugio-ristorante, si erge un obelisco. Alla base della funivia sono un cannone italiano e un punto-informazioni del Comitato Cengia Martini-Lagazuoi. Con l’impianto si sale al rifugio Lagazuoi, belvedere sulle Dolomiti e sul crinale delle Alpi dove oggi corre il confine. Un sentiero porta in un quarto d’ora alla vetta del Piccolo Lagazuoi, 2788 metri.

Due chilometri in auto, dal Passo Falzarego, conducono ai 2192 metri del Passo di Valparola, oltre il quale la strada scende in Val Badia, e dove merita una visita attenta il Museo della Grande Guerra. Guide vestite con la divisa dei Kaiserjäger accompagnano a visitare edifici e trincee austro-ungarici. Un breve sentiero segnato porta alla Postazione Vonbank, ai piedi del Lagazuoi.

Itinerari Grande Guerra
Cannone presso il Passo Falzarego

Sentieri, vie attrezzate e tunnel

In estate non offrono difficoltà le discese a piedi, accanto alle piste da sci, dal rifugio Lagazuoi verso la Capanna Alpina e il Passo Falzarego. Richiedono esperienza e un corretto equipaggiamento da ferrata (con casco, imbragatura, cordini e moschettoni) i percorsi che si inoltrano nelle trincee e nei tunnel, che gli inesperti possono affrontare in sicurezza affidandosi a una guida alpina.

Il più corto tra questi itinerari inizia dal Passo di Valparola e conduce alla panoramica cima del Sass di Stria superando una spaccatura nella roccia e una scaletta metallica.

L’itinerario più frequentato e famoso sale dal Passo Falzarego al rifugio Lagazuoi superando un ghiaione, una breve ferrata e poi il lungo tunnel a spirale italiano, dov’è necessario avere con sé anche la pila frontale.

rifugio-Lagazuoi

Un sentierino a mezza costa attrezzato con corde metalliche porta alla Cengia Martini, dove sono state ricostruite delle baracche italiane.

itinerari Grande Guerra
Cengia Martini: baracca degli ufficiali

Un altro facile sentiero attrezzato collega la vetta al Passo di Valparola toccando le trincee austro-ungariche della postazione Vonbank.

Il Col di Lana, straordinario belvedere su gran parte delle Dolomiti, si raggiunge con un paio d’ore di cammino per un sentiero a saliscendi che inizia dal Passo di Valparola, e con percorsi più ripidi dal castello di Andraz, da Pieve di Livinallongo e dalle sue frazioni. Sulla cima, accanto al bivacco in legno dedicato al Battaglione Cadore, spiccano una chiesetta e il monumento in bronzo dello scultore altoatesino Johann Rindler, sulla cui superficie compaiono i corpi dei Kaiserjäger uccisi dall’esplosione.
Ogni estate, civili e militari italiani e austriaci si incontrano in pace quassù per ricordare e pregare.

Per un inquadramento di carattere storico di alcuni degli eventi bellici consumatisi in queste zone rinviamo all’approfondimento sulla Guerra di Mine presso il Col Di Lana, sempre a cura di Stefano Ardito.

La guida

La Grande Guerra guida ai luoghi del 1915-18

 

Le 50 vie ferrate più belle sulle Dolomiti, la novità 2016 per escursionisti e alpinisti

Marco Corriero e Federica Pellegrino ci presentano così la guida Le 50 vie ferrate più belle delle Dolomiti in uscita a maggio 2016.

“Il paesaggio dolomitico, con la sua geometria e la sua storia, ha favorito più che altrove nell’arco alpino lo sviluppo di vie ferrate, meta di un numero sempre maggiore di appassionati.
Quando Iter Edizioni ci ha proposto di individuare e descrivere le 50 più belle, ci siamo resi conto che l’impresa sarebbe stata ardua perché le Dolomiti sono esse stesse sinonimo di bellezza e gli straordinari itinerari attrezzati che ospitano superano di gran lunga il numero 50. Inevitabilmente avremmo dovuto sacrificarne qualcuno.
Senza considerare la difficoltà a definire il concetto di bellezza di una ferrata. Per qualcuno il bello sta nel brivido della verticalità di tracciati sportivi; qualcun altro lo trova nel silenzio, nella solitudine e nella fatica; c’è chi infine nell’escursione coglie l’opportunità di conoscere la montagna e la sua storia.

via-ferrata-porton

Per tutte queste ragioni, la selezione che proponiamo in questa guida, distribuita su sei gruppi montuosi e cinque gradi di difficoltà, non ha la pretesa di essere esaustiva, ma costituisce un variegato mosaico in grado di soddisfare le diverse esigenze di chi si avvicina alle ferrate o già le pratica. Al di là dell’aspetto atletico, gli itinerari che abbiamo scelto sono l’invito a lasciarsi guidare nella meraviglia del paesaggio dolomitico con curiosità e senza fretta, perché non ci sono record da stabilire quando si guadagna una vetta: lo spettacolo, immenso e stupefacente, è lì da sempre e aspetta solo di essere ammirato. E sono soprattutto lo stimolo a muoversi in montagna consapevoli di essere all’interno di aree protette, di musei a cielo aperto,sulle vie leggendarie dei primi alpinisti, sulle orme indelebili dei soldati della Grande Guerra e nella memoria di altre vicende che hanno segnato la storia del nostro Paese.
Con questi obiettivi, tra il 2014 e il 2015, abbiamo percorso vie classiche e storiche, ma anche itinerari naturalistici e siti paleontologici; ci siamo sentiti minuscoli misurandoci con la ferrata più antica delle Dolomiti, con quella più difficile e con la più giovane, per i significati diversamente profondi che esse rivestono; ci siamo affaticati su sentieri lunghi e solitari e divertiti su tracciati brevi e adrenalinici. Di ciascuna via percorsa descriviamo l’accesso, l’avvicinamento e lo sviluppo, completi di tutti i dati tecnici necessari a predisporre l’escursione. Ma soprattutto raccontiamo una storia, con le parole e le immagini, che rievochi la straordinarietà e colga il senso profondo e completo di questi giganti di pietra, definiti da Le Corbusier “le più belle costruzioni del mondo.”