Una montagna di guide. Intervista a Stefano Ardito

In occasione dell’uscita delle Guide Iter Sentieri nel Parco dei Monti Sibillini, Parco di Veio e della imminente Sentieri nel Parco Sirente-Velino abbiamo posto alcune domande a Stefano Ardito.

La conversazione ha rappresentato una straordinaria occasione per un confronto a tutto tondo sul mondo dell’escursionismo. Chi vorrà incontrare Stefano Ardito di persona, ne avrà la possibilità sabato 25 giugno alle ore 17,30 presso la sezione del CAI di Roma, in via Galvani 10. L’autore presenterà la nuova guida Sentieri nel Parco dei Monti Sibillini in occasione della festa per il 143° anniversario della fondazione della sezione. L’ingresso è libero.

Potremmo avviare questa conversazione da una domanda in apparenza banale, ma in realtà nient’affatto ovvia. Come si legge una guida escursionistica?

Comincerei col dire che la guida escursionistica è uno strumento importantissimo (anche se non è l’unico). La guida serve all’escursionista quando sta camminando, ovviamente, ma serve anche prima dell’escursione, per scegliere dove andare a camminare e, da questo punto di vista, la guida è superiore a qualunque dispositivo elettronico, dal GPS in poi. L’escursionista sfoglia infatti una guida, riflette e paragona fra loro tutte le possibilità che ha a disposizione e quindi prende la sua decisione. In questo senso la guida è uno strumento imbattibile. Però non dobbiamo dimenticare che la guida non può supplire né sostituirsi alla persona, alla sua capacità di leggere le condizioni del terreno o del tempo. Voglio dire: i segnavia possono sparire, i cartelli cadere, può esserci della neve imprevista, può addensarsi la nebbia… Nessun guida può garantire l’escursionista al 100%. Ripeto, la guida è senza dubbio uno strumento formidabile per scegliere cosa andare a fare o vedere. Ma nessuna guida si può sostituire all’attenzione e alla capacità di giudizio dell’escursionista, che sono fondamentali.

Qual è il tuo rapporto, in quanto escursionista e uomo di montagna, con le nuove tecnologie digitali?

Parlando di GPS, è chiaro che esso è utile. Ma valgono anche per il GPS le stesse considerazioni che abbiamo appena fatto a proposito delle guide. Se l’escursionista percorre un sentiero in primavera/inizio estate, seguendo la traccia GPS, e si imbatte in una lingua di neve ripida e ghiacciata, (situazione tipica sull’Appennino), è lui che deve stabilire se passarci o meno. Né il GPS né la carta possono garantirlo da imprevisti di questo tipo, che peraltro non sono affatto infrequenti. Bisogna saper leggere il terreno, il tempo e quant’altro. Il bello dell’escursionismo, del camminare all’aperto, nella natura, in fondo è proprio questo: ci sono molti elementi imprevedibili.

Segnavia-Sibillini

Capovolgendo la prima domanda dal punto di vista dell’autore: come si scrive una guida escursionistica?

Direi che, almeno per quanto mi riguarda, vi sono due modalità ben distinte. La maggioranza delle mie guide (ad esempio quelle sui Sibillini, sul Gran Sasso, ecc) nasce da un lavoro di revisione e aggiornamento di guide preesistenti, ai quali aggiungo sentieri e percorsi nuovi. Per realizzare questo tipo di lavoro è necessario consultare tutte le carte disponibili, vagliare e verificare con attenzione le informazioni ma anche le notizie che vengono divulgate e che magari riferiscono di un nuovo sentiero che è stato segnato in una zona piuttosto che in un’altra.
Altre volte, ed è il caso della mia guida al Parco di Veio, si tratta invece di partire da zero, di capire che possibilità di escursioni mi offre la zona, di sceglierle e di andarle poi a fare.

Percorri tutti gli itinerari che vengono selezionati nelle guide?

Certamente, percorro tutti gli itinerari. Si tratta di un lavoro molto impegnativo, che richiede tempo, faticoso ma anche piacevole, perché spesso mi capita di camminare in luoghi dei quali voglio scrivere.

Puoi raccontarci qualche aneddoto sulle tue guide più recenti, quella appunto di Veio e quella dedicata al Parco dei Monti Sibillini?

Per la guida al Parco di Veio le scadenze erano piuttosto strette. Ho percorso gli itinerari in gennaio. È stata per me una scoperta continua ma anche una lotta abbastanza faticosa col fango, visto il periodo. In altre guide avevo sempre inserito due/tre itinerari di Veio molto classici ma, con mio grande stupore, mi sono accorto che c’erano tantissime altre cose da vedere. È stata, se vuoi, una grande lezione, innanzitutto per me. In un posto a due passi da Roma si possono trovare tantissimi fontanili, ruderi, forre… Si è trattata di un’esperienza molto interessante. Una bella sfida professionale. Il sentiero che mi ha impressionato di più è quello che comincia dalla stazione di Morlupo e va verso il cuore del Parco. Si parte dalla Flaminia -un posto certo non bello, pieno di traffico- ma, scendendo in una forra, in meno di due minuti ci si ritrova in un posto che potrebbe essere l’Amazzonia.
Sono grato al Parco di Veio per averci commissionato questo lavoro. Ritengo inoltre che sia un grande peccato che non si faccia un lavoro del genere anche per i Castelli Romani, un territorio straricco di natura, storia, monumenti, archeologia, sapori nel quale però i sentieri praticamente non esistono o sono spesso abbandonati. Un peccato enorme.

Qual è secondo te l’attuale situazione dei parchi italiani?

Una domanda complessa. Ci si potrebbe scrivere un libro. La maggioranza dei parchi italiani è sull’Appennino. E, secondo me, i parchi dell’Appennino hanno un atteggiamento per certi aspetti ambiguo nei confronti dell’escursionismo, dell’alpinismo, dell’arrampicata e di altre attività outdoor, che vengono spesso guardate con sospetto. I sentieri vengono segnati poco e male. C’è un problema specifico, a mio avviso.

I parchi regionali del Lazio, per fare un altro esempio, storicamente hanno sempre riconosciuto poca importanza agli escursionisti. Ma esistono anche situazioni positive: i Simbruini hanno cominciato a fare un lavoro magnifico e così i Lucretili e Veio. Un parco serve a salvaguardare il territorio, le specie animali e le piante che lo popolano, ma esso deve anche permettere alle persone di godere del suo ambiente in maniera rispettosa. Questo dovrebbe essere un compito primario dei parchi, fermo restando che laddove c’è ad esempio la tana d’orso, la fioritura rarissima o il nido di falco pellegrino ovviamente non si deve andare. E invece quello che spesso riscontro è un atteggiamento che tende a considerare abusivi i frequentatori avventurosi della Natura. Ma questo è un errore culturale, anche perché, quando poi i parchi hanno problemi, la fetta di opinione pubblica che più attivamente li difende è sempre costituita dai frequentatori dei parchi, ovvero dagli escursionisti.

Castelluccio-Norcia-Fioriture-Pian-Grande

Nel tuo volume sui Sibillini giudichi molto positiva la crescita di questo Parco.

I Sibillini sono stati più attenti, senza dubbio. Sono in fondo una via di mezzo fra il Centro-Sud e il Nord. Nei Sibillini l’importanza dell’escursionismo è chiara, visto anche che il Parco è nato grazie alle mobilitazioni e alle manifestazioni messe in piedi negli anni dal CAI e da altre associazioni. Nei Sibillini si trova in genere una segnaletica abbastanza minimale, il che rimanda al discorso che facevamo prima: si tratta di uno stimolo a fare attenzione. Anche perché, è chiaro, spesso avere troppo la pappa pronta fa sì che gli escursionisti si mettano nei guai.
Amo moltissimo i Sibillini. I sopralluoghi li ho fatti l’anno scorso. Dei Sibillini avevo già scritto tanto ma ho comunque scoperto dei luoghi stupendi che non conoscevo, fioriture incredibili di peonia in Val Canatra, vicino a Castelluccio o le Lame Rosse, erosioni meravigliose vicino al Lago di Fiastra, che non conoscevo. Ci sono moltissime cose da scoprire: io archivio, controllo costantemente tutto quello che esce sui siti specializzati e sui giornali, seguo le pubblicazioni delle associazioni del CAI, i programmi delle associazioni escursionistiche, prestando sempre la maggior attenzione possibile.

C’è, per quello che hai potuto osservare, un interesse degli escursionisti stranieri verso i nostri itinerari?

Sì, certamente. Sui Sibillini, nel Parco d’Abruzzo, sulla Majella, trovi tanti escursionisti stranieri, spesso però, devo dire, non accolti bene. Le guide tradotte sono poche (c’è ad esempio quella al Gran Sasso Laga, che abbiamo realizzato con Iter), negli uffici informazione, quando ci sono, è raro che qualcuno parli inglese fluentemente. Tutta l’informazione gira soprattutto su internet ma l’interesse c’è assolutamente.

Collabori ininterrottamente con Iter Edizioni dal 1983. Cosa ha significa per te questa collaborazione?

Ha significato innanzitutto un percorso professionale lungo, faticoso, con alti e bassi ma sempre molto stimolante, reso difficile dal fatto che la prima guida che realizzammo, A piedi nel Lazio, ebbe un successo enorme. Era un periodo proficuo, nel quale l’interesse per il mondo dell’escursionismo era molto alto. Negli anni seguenti è stato più difficile talvolta, per l’editore e per me, accettare che i numeri non fossero sempre quelli: si tratta di un mercato difficile. Ma resta l’esperienza di un’amicizia forte, con persone con le quali ho continuato a lavorare, nel volgere delle generazioni. Vedi, ho collaborato con «La Repubblica», ho fatto sessanta documentari per la Rai, scritto per giornali e riviste, pubblicato con molti editori. Ma le due cose con cui le persone mi identificano ancor oggi sono sempre due: la collaborazione con «Airone» negli anni Ottanta e le Guide Iter. La gente spessissimo mi incontra nei convegni e mi dice “Lei è l’autore di A piedi nel Lazio“. Questa è una cosa che ha occupato la mia vita e ne sono felice.

Poi voglio dire, nessuna guida è perfetta. A fare le guide si impara, è un mestiere strano, certo, ma pur sempre un mestiere, che devi imparare nel tempo, come è capitato a me. Tutto questo è stato percepito dalle persone come una novità, i nostri lettori si accorgono che dietro le guide c’è passione, c’è fatica, oltre che professionalità, e questa cosa la condividono.

Ma voglio concludere con un piccolo affettuoso rimprovero. Sul terreno le cose cambiano: una guida escursionistica dovrebbe avere una nuova edizione ogni 5 anni, se è di montagna, e ogni 2-3 anni se è di collina. Molte persone continuano invece ad usare edizioni vecchie, anche di venti o trent’anni… Recentemente c’è stata una discussione al riguardo con alcuni lettori: non si può andare in giro con la prima edizione di A Piedi nel Lazio, uscita nel 1983-84, e poi lamentarsi se le cose sono cambiate. Le cose cambiano, vent’anni fa non esistevano nemmeno i parchi, c’erano strade sterrate percorribili in macchina e oggi chiuse, la segnaletica è completamente diversa. Non lo dico per vendere qualche copia in più. Informatevi e comprate sempre le guide aggiornate, ne va della vostra sicurezza.