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Mese: Giugno 2019

Da Glacier al bivacco Regondi-Gavazzi | Escursioni in Valle d’Aosta

A 2590 metri di quota, il Bivacco Regondi-Gavazzi è un piacevole punto di appoggio situato alle pendici della catena del Morion. Stefano Ardito descrive la struttura e l’itinerario per raggiungerlo nella guida I Rifugi della Valle d’Aosta.

Tra i punti di appoggio alla testata della Valle di Ollomont, il più piacevole per posizione e itinerario di accesso è il bivacco a poca distanza dai Laghi del Morion, di fronte a un vasto panorama sul versante italiano delle Alpi Pennine. La ristrutturazione degli anni Novanta ha trasformato il vecchio bivacco in un ampio rifugio incustodito in legno e lamiera, dotato dal 2016 di un pannello fotovoltaico. L’edificio è dedicato all’alpinista Nino Regondi e a Pietro Gavazzi, già presidente della Sezione del CAI di Desio.

Coordinate satellitari 45°52’36’’N – 7°20’29’’E
Posti letto 16
Proprietà CAI, sezione di Desio e sezione di Bovisio-Masciago, (0362.621668, www.caidesio.net)
Apertura sempre aperto
Famiglie con bambini un’ottima meta per i ragazzi più allenati, che possono avvicinarsi a un integro ambiente di montagna.

Da Glacier al bivacco Regondi-Gavazzi

  • dislivello: 1040 m
  • tempo: da 4.30 a 5.15 ore a/r
  • difficoltà: E

Più breve di quelli che conducono al bivacco Savoie-Rosazza e al rifugio Amianthe-Chiarella, il sentiero per il bivacco Regondi-Gavazzi resta una sgambata consigliata a camminatori allenati. In discesa si può toccare la Conca di By.

Da Ollomont si prosegue per la strada di fondovalle fino a Glacier (1549 m), dove si parcheggia, e si continua a piedi lungo i segnavia 6. Una carrareccia porta al vecchio sentiero che tocca una baita e poi a sinistra verso l’imbocco del Canalone della Gaula. Lo si risale a tornanti, lasciando a destra una cappella, e sbucando (2030 m, 1.15 ore) in un valloncello erboso che si risale fino a una selletta. Si piega a destra, si sale all’Alpe Les Places (2149 m), e si continua accanto al torrente fino al Piano di Breuil (2216 m, 0.30 ore), in vista della catena del Morion. Superato il pianoro, si raggiunge un sentiero in salita e lo si segue fino al Lago dell’lncliousa (2420 m). Lo si aggira a sinistra, ci si affaccia sul Lago Leitou, e si prosegue fino al bivacco Regondi-Gavazzi (2590 m, 1 ora), affacciato sul Lago Benseya.

La discesa per la stessa via richiede 1.45 ore. Conviene però, dalla selletta a valle del Piano di Breuil, piegare a destra su un sentiero non segnato che traversato il torrente risale alle baite di Balme (2128 m). Si piega a sinistra sulla sterrata (segnavia 5 e del Tour des Combins) verso la Conca di By. A un bivio si prende a sinistra la mulattiera che si abbassa in vista della Casa Farinet, lascia a destra il sentiero per la diga e il bivacco Savoie, entra nel bosco di larici e riporta a Glacier (2.30 ore).

Cosa fare dal bivacco

Escursioni: brevi passeggiate portano al Lago Benseya (2513 m) e al Col Cornet (2354 m). Un itinerario più lungo, in parte su nevai, sale al Col su Mont Gelé (3144 m, 3 ore a/r). Un sentiero a mezza costa e una risalita conducono alla Fenêtre Durand (2805 m, 3 ore a/r), sul confine svizzero, da cui si può salire al panoramico Mont Avril (3307 m, 2.30 ore a/r dal valico).

Trekking: il bivacco si raggiunge con una breve deviazione dal Tour des Combins.

Alpinismo: la via normale del Mont Gelé (3519 m, F) non presenta particolari difficoltà. Nonostante il bell’aspetto, invece, le eleganti guglie del Morion sono costituite da roccia friabile, e non possono attirare gli arrampicatori. Meritano una segnalazione la via normale della Punta Fiorio (3332 m, AD), la traversata del Trident de Faudéry (3384 m, AD) e lo sperone Ovest del Mont Clapier (3437 m, D), la vetta che domina direttamente il bivacco Regondi-Gavazzi.

Scialpinismo: la zona intorno al bivacco è molto interessante per gli appassionati delle pelli di foca. Anche con la montagna innevata le mete migliori sono la Fenêtre Durand (2805 m, MS), che può essere traversata in direzione della Cabane de Chanrion, e il Mont Gelé (3519 m, MSA).

Foto: Attilio Pregnolato

Scopri gli altri itinerari pubblicati nella guida I Rifugi della Valle d’Aosta

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A piedi sull’Alta Via delle Marche: da un’idea a una guida

Legare con un unico filo tutte le grandi montagne delle Marche: da questa idea sono nati il progetto e la guida A piedi sull’Alta Via delle Marche a cura di Nicola Pezzotta e Luca Marcantonelli, un nuovo trekking in 27 tappe dal Montefeltro ai Sibillini.

Camminare – sulle pietre di un viottolo o tra le foglie di una foresta, sulle rocce di un monte o nel silenzio dei pascoli – è l’attività umana che più giova al pensiero, alla concentrazione e alla riflessione. A voler essere pedanti, si potrebbe scomodare fior di letterati e scrittori a sostegno di questa affermazione (dall’austera imperatrice Sissi al mite San Francesco, dal filosofo David Henry Thoreau all’irrequieto Bruce Chatwin), ma ne possiamo fare a meno: basta provare. Certo, per muoversi a piedi si fatica decisamente di più che per stare seduti al bar della piazza, si rischiano freddo, sole e pioggia e, in casi sfortunati, anche qualche vescica sotto ai piedi. Ma un pubblico sempre più vasto e curioso è convinto che ne valga la pena.

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A piedi per scoprire

Il fiume dei camminatori che si avventura sulle montagne, colline e nelle valli italiane nasce da molte sorgenti diverse: c’è chi ha mosso i suoi primi passi in compagnia di un accompagnatore del Club Alpino Italiano, chi con le Guide Ambientali o le Guide Alpine e chi ha scoperto il cammino da solo seguendo la via verso Santiago. L’importante però è che il camminare, inteso come mezzo per conoscere la natura e l’ambiente che ci circondano, le antiche vie e i loro borghi arroccati, le strade della fede e le loro abbazie, sia un’attività sempre più praticata.

E l’Italia dei lunghi percorsi escursionistici, che possono essere “cammini” ispirati a Compostela o trekking di più giorni disegnati su creste e crinali, continua a crescere. Nascono nuovi viaggi possibili, lunghi o corti, da percorrere per intero oppure da assaporare un poco alla volta. Si riscoprono vecchi (o antichi) itinerari abbandonati da decenni che collegavano tra loro paesi e città. È l’Italia del turismo lento, di un popolo in movimento dove il viaggio è fatica, sudore, panorami, scoperte, sapori genuini, vino buono e, soprattutto, incontri. Tra camminatori impegnati sulla stessa via, tra viandanti e custodi della memoria e delle tradizioni di un borgo, oppure con chi nelle terre attraversate ci vive e lavora.

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Come nasce un’Alta Via

Un’alta via, per definizione, è un itinerario che si svolge seguendo crinali e monti, che cerca di evitare per quanto possibile al viaggiatore troppe salite e discese dai fondovalle più popolati. Ce ne sono molte, sulle Alpi e sull’Appennino, e le più frequentate disegnano i contorni dei celebri massicci dolomitici o le grandi valli valdostane, percorrono i Monti Liguri o il crinale appenninico, come l’Alta Via dei Parchi dell’Emilia Romagna, che giunge alla conclusione delle sue tappe non lontano da Carpegna, località sul confine marchigiano in provincia di Pesaro e Urbino. Proprio da qui inizia l’Alta Via delle Marche: si tratta di un percorso che, toccando tutte le cinque province marchigiane – Pesaro e Urbino, Ancona, Macerata, Fermo e Ascoli Piceno – collega in 27 giornate di cammino le foreste di crinale al confine con l’Emilia Romagna con i grandi massicci del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Un lungo viaggio (416 km, oltre 20.000 m di dislivello) che si snoda attraverso territori e panorami molto diversi tra loro ma che permette di legare con un unico filo tutte le grandi montagne delle Marche. Non un viaggio da poco, certamente. Ma un’idea forte che permetterà di avvicinarsi, magari solo qualche giorno alla volta, a uno dei tratti più spettacolari e solitari dell’intera catena appenninica.

Molti sono stati gli artefici di questa proposta, che ha richiesto un lungo lavoro di ideazione, esplorazione, controllo e stesura. Nata nel 2015 grazie al progetto Alta Via delle Marche, racconti dall’Appennino dal gruppo di “Con in faccia un po’ di sole” e dalle associazioni “Le nostre terre” di Treia e “Radici senza terra” di Mogliano, la lunga traversata unisce in sé diverse motivazioni. In primo luogo sta la promozione della ricchezza culturale, artistica e ambientale di zone che giacciono un po’ ai margini dei flussi turistici più importanti del Centro Italia. Seguita dalla volontà di dare un contributo alla lotta contro lo spopolamento e l’abbandono, aggravato drammaticamente dagli effetti dei terremoti che nel 2016 e 2017 hanno duramente colpito l’Appennino centrale e ha costretto molti abitanti a lasciare i paesi e le attività economiche dei borghi di montagna per scendere in pianura o sul litorale. Rispetto al progetto originale, il sisma ha reso non percorribili due tappe (23 e 26) dell’Alta Via delle Marche per la chiusura di alcuni tratti del cammino. Ci auguriamo che presto vengano riaperti.

La guida

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I Consigli Pratici per affrontare l’Alta Via delle Marche

Tutti i consigli pratici degli autori della guida A piedi sull’Alta Via delle Marche per affrontare al meglio le tappe di questo cammino.

L’Alta Via delle Marche: i consigli

Nel suo percorso di 416 chilometri lungo l’Appennino umbro-marchigiano, l’Alta Via delle Marche attraversa ambienti, luoghi e paesaggi molto diversi tra loro. Dal nord al sud della regione, al variare della morfologia del paesaggio, cambia anche la tipologia di escursioni da affrontare: dalle zone più dolci di tipo pedemontano e collinare, alle cime più alte, come i massicci dei Sibillini e della Laga, in cui gli itinerari sono classificabili come di media ed alta montagna.

L’itinerario è stato concepito come una vera e propria via “Alta”: le varie tappe percorrono sentieri in quota e collegano le più importanti catene montuose della regione, evitando, ove possibile, strade asfaltate.

Sentieri per tutti o no?

L’Alta Via delle Marche non è un trekking per tutti. A causa del dislivello medio giornaliero di circa 780 metri in salita e in discesa, bisogna avere un buon allenamento ed aver fatto altre esperienze di camminate in montagna.

In quale periodo?

Data l’elevata eterogeneità dei percorsi, per determinare il periodo migliore per affrontare qualche tappa dell’Alta Via delle Marche o l’intero trekking, è necessario tenere in considerazione e mai sottovalutare diversi aspetti, quali la quota massima raggiunta, il fondo del terreno, la lunghezza del percorso e la sua esposizione ai raggi solari.

Soprattutto nel periodo invernale, alcuni sentieri potrebbero essere non percorribili o maggiormente esposti a rischi, così come potrebbero essere chiuse le strutture ricettive presenti lungo il percorso. Si raccomanda in inverno e ad inizio primavera di evitare le tappe di alta e media montagna, in particolare quelle che prevedono passaggi in cresta e a quote elevate. In piena estate invece sono sconsigliati i lunghi tratti che si svolgono in aree scoperte.

L’attrezzatura

Sia che si scelga di fare un’escursione giornaliera o un trekking di più giorni, ci sono alcune regole di base generali da osservare. La prima riguarda le calzature da indossare: sono fondamentali gli scarponi da trekking, preferibilmente impermeabili e con una suola ben tassellata e antiscivolo. Nel caso in lo scarpone sia stato acquistato da poco, è bene rodare la calzatura qualche giorno prima di intraprendere percorsi lunghi e faticosi.
Da non sottovalutare l’adeguata allacciatura degli scarponi: non deve essere troppo stretta, ma allo stesso tempo deve bloccare la caviglia e non far muovere il piede all’interno dello scarpone per evitare la formazione di vesciche. Nel caso in cui lo scarpone non venga utilizzato da molto tempo, si consiglia di verificare lo stato della suola.

I bastoncini da trekking sono molto utili per aiutare la progressione sia in salita, distribuendo lo sforzo anche agli arti superiori, sia in discesa, in quanto permettono di non caricare troppo le articolazioni delle ginocchia.

L’abbigliamento

Per quanto riguarda l’abbigliamento, nel periodo primaverile-estivo è consigliabile indossare una maglia a maniche corte e pantaloni traspiranti. I pantaloni devono essere preferibilmente lunghi in quanto proteggono da irritazioni da contatto con piante urticanti o rovi e punture di insetto. Nelle giornate calde, è utile un cappello a falda larga per proteggere il viso, le orecchie e la testa dalle scottature.

In autunno e in inverno è consigliabile indossare capi di intimo tecnico, una maglia traspirante a maniche lunghe, un pile, un guscio, meglio se in membrana Goretex, e pantaloni impermeabili e antivento. Inoltre, non bisogna dimenticare guanti, cappello di lana e, nel caso di neve, ghette.

Lo zaino

Lo zaino deve essere comodo, con una buona distribuzione del carico e con schienale rigido che permetta anche la traspirazione. È bene fare attenzione all’allacciatura dello zaino: è importante che la cintura in vita sia stretta per scaricare il peso sulle anche e non solo sulla schiena e sulle spalle. Per il trekking occorre uno zaino da 45-50 litri (quello da 30-35 litri si utilizza per escursioni in giornata o al massimo per un weekend).

Va preparato con tutto il necessario senza, però, renderlo eccessivamente pesante. Indispensabili sono un paio di ciabatte, indumenti per la notte, borsa con l’occorrente per l’igiene personale, e, per chi non ha problemi di carico, un paio di scarpe più leggere. Si consiglia di avere almeno un paio di cambi di magliette, calzini e pantaloni e di verificare se le strutture in cui si dormirà mettano a disposizione una lavatrice e una asciugatrice. Se si pernotta in rifugio, sia gestito che non, ci si deve informare preventivamente se è necessario portare il sacco a pelo e/o il sacco lenzuolo.

Quando si prepara lo zaino non si deve mai dimenticare di inserire: acqua (almeno 1,5 litri), cibo (barrette o cibi facilmente digeribili), una mappa topografica, una bussola, una lampada frontale, un kit di pronto soccorso, un cambio (in particolare una maglietta traspirante e un paio di calzini), una maglia in pile, un guscio antivento e impermeabile, una mantella per la pioggia, un copricapo, guanti, occhiali da sole, crema solare, un coprizaino, un coltellino multiuso. Inoltre, è molto utile avere con sé un GPS.

Alta Via delle Marche consigli

 

La segnaletica

Trattandosi di un percorso inedito, non esiste al momento una segnaletica specifica per l’Alta Via delle Marche. In quasi tutto il percorso però ci si può avvalere della segnaletica ufficiale codificata dal CAI, contraddistinta dai colori bianco e rosso.

In questo cammino, oltre ai segnavia CAI, si incontrano altre tipologie di segnaletica. Nelle prime tappe si trovano segnavia e cartelli dell’Alta Via dei Parchi dell’Emilia Romagna (indicata dalla scritta “Alta Via dei Parchi” bianca su sfondo verde sfumato). Le tappe descritte nell’ultimo capitolo e che si svolgono nel territorio del Parco Nazionale dei Monti Sibillini si avvalgono della segnaletica relativa al Grande Anello dei Sibillini (indicato da una “G” di colore verde). Inoltre spesso si percorrono tratti comuni al Sentiero Italia, che viene indicato dalle lettere “SI”. Laddove la segnaletica è assente viene specificato.

La segnaletica può essere verticale o orizzontale. La prima è spesso presente all’inizio di ogni sentiero e agli incroci più importanti, di solito riporta anche le informazioni sul nome della località dove è posto, la direzione della località di destinazione, il numero del sentiero e i tempi di percorrenza. La segnaletica orizzontale è posta lungo il sentiero per dare continuità e conferma del percorso ed è costituita da bandierine bianco-rosse poste su tronchi di albero o sassi, o da paletti. In altri casi, la continuità del percorso è indicata dai cosiddetti “ometti” di pietra, formati da pietre e sassi posti uno sopra l’altro a formare una piramide.

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Come orientarsi

Ogni singola tappa descritta nella guida è corredata da una mappa orientativa, ma è necessario avere con sé una carta escursionistica, preferibilmente in scala 1:25:000. Se si è in possesso di un navigatore GPS, è consigliabile portarlo con sé durante l’escursione. Se si utilizza un navigatore GPS o uno smartphone con app dedicate al trekking, è possibile scaricare le tracce GPS di tutte le tappe seguendo le istruzioni riportaste a pagina 29 della guida.

Dove dormire

Ogni itinerario riporta, alla fine, l’elenco delle strutture dove è possibile pernottare, con l’indicazione del numero di camere disponibili e tutte le informazioni utili per contattarle. I punti d’appoggio sono molto eterogenei tra loro: si possono incontrare veri e propri hotel, b&b, agriturismi, rifugi gestiti e non gestiti e case vacanze. Si trovano lungo il percorso, in prossimità del punto di arrivo della tappa o a pochi chilometri di distanza. Prima di mettersi in cammino è fondamentale informarsi se siano aperti e funzionanti. All’interno delle aree protette è possibile pernottare in tenda in zone appositamente predisposte come definito da ciascun specifico regolamento.

In altre zone è necessario informarsi prima della partenza contattando il Comune interessato per le dovute autorizzazioni di campeggio itinerante. Si segnala che, a causa del sisma che nel 2016- 2017 ha coinvolto il Centro Italia e che ha visto duramente colpita la regione Marche, molte strutture ricettive hanno subito danni più o meno rilevanti. L’area interessata è, in particolare, quella del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. In questa guida sono state inserite le strutture ricettive attive al momento della pubblicazione. Altre sono in fase di riapertura. Sul web sono costantemente aggiornati i siti www.sibillini.net e www.gransassolagapark, in cui sono riportate le strutture aperte all’interno dei due Parchi.

Per non andare da soli

Per chi ha poca esperienza in ambiente montano si consiglia di avvalersi della presenza di una guida professionale abilitata all’accompagnamento. In virtù della legge nazionale n. 4/2013, nel caso dei percorsi riportati in questa guida, che non necessitano di uso dei mezzi per la progressione alpinistica, è possibile farsi accompagnare da guide ambientali escursionistiche (come le guide associate nell’AIGAE – www.aigae.org), guide alpine e accompagnatori di media montagna (come le guide e gli accompagnatori associati al Collegio delle Guide Alpine – www. guidealpinemarche.com). Organizzano escursioni anche le numerose sezioni del CAI (www.cai.it/regione/marche) presenti nel territorio e i gruppi trekking aderenti a Federtrek (www.federtrek.it).

In caso di incontro con cani da guardiania

Se durante un’escursione si incontra un cane da guardiania o un gregge, per evitare spiacevoli conseguenze, si devono seguire alcuni precisi comportamenti. Non si deve attraversare il gregge, non si deve urlare, non si deve correre o mostrare il bastone. Bisogna fermarsi e stare calmi. Se si è in bicicletta il consiglio è scendere e fermarsi per qualche minuto. In entrambi i casi se il cane non si tranquillizza si indietreggia e si cerca un percorso che bypassa il gregge.

In caso di guai

Se durante il trekking capita un infortunio si deve mantenere la calma. Prima di tutto è bene valutare se si tratta di infortunio lieve e, quindi, se si può procedere con le proprie gambe nel cammino. Altrimenti, è bene chiamare il numero di emergenza 118 e fornire dati utili sulle proprie condizioni o su quelle del ferito. Bisogna essere in grado di indicare la propria posizione, al fine di poter agevolare l’individuazione del luogo dell’incidente ai mezzi di soccorso.

Il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico dell’Umbria e delle Marche riesce ad intervenire in modo repentino tutto l’anno anche con l’uso dell’elicottero. Se anche questa soluzione non è fattibile, qualora si è in gruppo, è necessario che uno o più membri scendano a valle per lanciare l’allarme, senza lasciare da solo il ferito.

La guida a cura di Nicola Pezzotta e Luca Marcantonelli

Trovi la descrizione dettagliata del cammino dell’Alta Via delle Marche, completa di mappe, foto e info sulle strutture ricettive, e tante altre informazioni utili e approfondimenti nella guida A piedi sull’Alta Via delle Marche:

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Le prime tappe dell’Alta Via delle Marche: Sasso Simone, Simoncello e Montefeltro

Dove inizia l’Alta Via delle Marche? Le prime 4 tappe del trekking attraversano i territori del Sasso Simone, Simoncello e Montefeltro, come descritto nella guida A piedi sull’Alta Via delle Marche a cura di Nicola Pezzotta e Luca Marcantonelli.

Sasso Simone, Simoncello e Montefeltro: la storia

Al confine tra l’Emilia Romagna, le Marche e la Toscana, la Massa Trabaria e il Montefeltro sono i territori da cui inizia il viaggio dell’Alta Via in direzione sud. La prima deve il nome all’insieme di possedimenti (“massa”) legati alla lavorazione del legname utilizzato soprattutto nell’edificazione di chiese e palazzi romani. Il Montefeltro indica invece un’ampia area, appartenuta all’antica signoria da cui prende il nome, che comprende località marchigiane, romagnole e della Repubblica di San Marino.

Il paesaggio del Montefeltro, che ha ispirato Piero della Francesca ed altri grandi artisti del Rinascimento, è caratterizzato da una serie di colline, spesso argillose, da cui, a causa di una complessa genesi geologica, emergono di colpo i due imponenti blocchi di roccia calcarea del Sasso Simone (1206 m) e del Simoncello (1220 m) e i crinali di Monte Carpegna (1415 m), ai cui margini si estendono zone di calanchi franosi. Sulla sommità del Sasso Simone si trovano i ruderi della fortezza della Città del Sole, voluta da Cosimo de’ Medici nel XVI secolo e costruita sui resti di antichi insediamenti benedettini abbandonati.

I borghi attraversati dll’Alta Via delle Marche

Il borgo di Castello della Pieve, che s’incontra nella seconda giornata di cammino, nacque come struttura fortificata per il controllo del territorio. Oggi è stato recuperato per divenire un albergo diffuso affacciato sulla Valle del Metauro.
Anche Mercatello sul Metauro offre una sosta interessante. Oltre al bel ponte romanico, presenta la Chiesa e il Museo di San Francesco che conserva un medaglione in marmo che ritrae Federico da Montefeltro. Inoltre è visibile un antico serbatoio (neviera), costruito per conservare la neve anche nelle stagioni più calde dell’estate. Nella tappa seguente si raggiunge lo spartiacque appenninico tra Tirreno e Adriatico, dove corre l’itinerario del Sentiero Italia. Durante il cammino appare in lontananza la sagoma del Monte Nerone.

Flora e fauna

In queste prime quattro tappe del nostro viaggio (circa 75 chilometri complessivi e 23 ore di cammino), il paesaggio che si attraversa è fitto di boschi di cerro, carpino e acero.
Le faggete crescono nelle zone più fresche al di sopra degli 800 metri di quota. Particolarmente ben conservati, la cerreta della Cantoniera di Carpegna e il bosco di abeti bianchi presso Bocca Trabaria rappresentano due zone naturalistiche di particolare pregio.

La fauna che caratterizza questo tratto più settentrionale delle montagne marchigiane è quella tipica dell’Appennino.
Tra gli ungulati il capriolo e il cinghiale la fanno da padrone ma, con un po’ di fortuna, si potranno avvistare l’aquila reale e il falco pellegrino, che non nidificano nel territorio ma frequentano l’area per le loro battute di caccia.

La guida A piedi sull’Alta Via delle Marche

Trovi la descrizione dettagliata del cammino dell’Alta Via delle Marche, completa di mappe, foto e info sulle strutture ricettive, e tante altre informazioni utili e approfondimenti nella guida A piedi sull’Alta Via delle Marche:

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Esce la nuova guida “A piedi sull’Alta Via delle Marche”

Finalmente disponibile la nuova guida A piedi sull’Alta Via delle Marche a cura di Nicola Pezzotta e Luca Marcantonelli. Fabrizio Ardito ci presenta il nuovo trekking in 27 tappe dal Montefeltro ai Sibillini.

Un vero viaggio di scoperta, questo che segue il crinale appenninico delle Marche per intero da Nord a Sud, dal confine con l’Emilia Romagna alle dolci ondulazioni dei Monti della Laga. Nato dalla ricerca e dall’esplorazione ma anche – forse soprattutto – dalla volontà di far conoscere a un pubblico sempre più ampio i monti, i colli, gli eremi e i borghi che compongono la più profonda anima marchigiana.
Un percorso per camminatori appassionati in grado di viaggiare per poco meno di un mese zaino in spalla o anche per chi, una o due tappe alla volta, vuol provare l’ebrezza di conoscere una delle aree meno note dell’Appennino centrale.

Alcuni dei punti cardine dell’Alta Via delle Marche, come l’eremo di Fonte Avellana e Monte Nerone, Frasassi e Sassoferrato, il massiccio dei Sibillini o i Monti della Laga, sono ben conosciuti da chi ama la natura, la storia e il paesaggio appenninico. Ma molti dei luoghi “minori” che s’incontrano per via sono molto meno frequentati, ed è un peccato.
Non sappiamo se questa moderna alta via diventerà nel corso degli anni un percorso affollato e celebre, ma pensiamo che lo sforzo fatto dagli autori vada nella direzione giusta. Che è quella di scoprire, a passo lento, alcune delle contrade più vere e solitarie dell’Italia Centrale che, anche se in parte duramente colpite dalla furia dei recenti terremoti, hanno ben chiara in mente l’intenzione di rinascere.

Una volta in cammino, non fatevi prendere dalla fretta: che differenza fa trascorrere per strada 27 o 28 giorni, ritagliando lo spazio e il tempo per conoscere più a fondo le chiese, i castelli e le grotte che segnano le vette marchigiane? Un’ora, un giorno in più non sono nulla: l’importante è riuscire a entrare senza rimorsi o fretta nella piacevole vita “on the road”, fatta d’incontri e di buon cibo, di scoperte e di delusioni, di freddo, sole e pioggia.
Se poi le giornate disponibili non fossero molte, nessuna paura. I sentieri di questo itinerario si possono spezzare e combinare a piacimento, per comporre, nel corso del tempo, un itinerario completo e di grande soddisfazione. Per voi, camminatori curiosi, e anche per chi, per anni, ha sognato, progettato, studiato e documentato uno dei più interessanti itinerari in quota del nostro Belpaese.

Fabrizio Ardito

Presentazioni della guida, gli appuntamenti da non perdere per il calendario 2019

  • sabato 15 giugno alle ore 16 presso la Sezione di Roma del CAI. Intervengono gli autori Nicola Pezzotta, Luca Marcantonelli e Ruben Marucci. Introduce Fabrizio Ardito.
  • giovedì 27 giugno alle ore 19.30 presso lo store RRTrek di Roma. Intervengono gli autori Nicola Pezzotta e Luca Marcantonelli. Introduce Francesco Senatore (FederTrek).
  • giovedì 4 luglio alle ore 19.30 in occasione di Borgofuturo Festival presso Piazza Carradori, Colmurano (Mc). Intervengono gli autori Nicola Pezzotta e Luca Marcantonelli.
  • mercoledì 24 luglio alle ore 21.30 in occasione della manifestazione Terrazza Vista Mare a Altidona (Fm). Intervengono gli autori Nicola Pezzotta e Luca Marcantonelli.
  • domenica 29 settembre, Loro Piceno
  • sabato 12 ottobre, Foreste Casentinesi
  • venerdì 18 ottobre alle ore 21, presso la Sezione del Cai di Fermo
  • venerdì 8 novembre, presso la Libreria Feltrinelli di Ancona

La guida

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Il Bivacco Chentre-Bionaz e la Becca di Luseney

Il Bivacco Chentre-Bionaz è un valido punto di appoggio per gli alpinisti diretti ai 3503 metri della Becca di Luseney. Stefano Ardito descrive la struttura e l’itinerario per raggiungerlo nella nuova guida I Rifugi della Valle d’Aosta.

Inaugurato nel 2010 a 2530 metri di quota, in uno degli angoli più solitari della Valpelline il bel bivacco in legno nasce dalla collaborazione tra il Club Alpino olandese, la Fondazione Bivacco Valpelline, il comune di Bionaz e lo scultore olandese Arjen Bakermans, che è stato uno dei sostenitori più convinti dell’iniziativa. La rosa stilizzata sulla facciata e le ceramiche custodite all’interno sono opera dello stesso Bakermans.
Costituisce un valido punto di appoggio per gli alpinisti diretti ai 3503 metri della Becca di Luseney, una vetta arcigna e tutt’altro che elementare. Gli escursionisti che scelgono di raggiungerlo lungo il sentiero che tocca la Comba d’Avée, la Comba d’Arbière e le baite di Pra de Dieu scoprono un ambiente severo e raramente percorso. L’edificio ricorda Carlo Chentre e la guida alpina Ettore Bionaz. Entrambi, tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, sono stati sindaci di Bionaz.

Coordinate satellitari 45°52’54’’N – 7°28’52’’E
Posti letto 16
Proprietà Comune di Bionaz, 0165.730106
Apertura sempre aperto
Famiglie con bambini una buona meta per un’escursione (anche di due giorni) con ragazzi allenati.

Itinerario – Da La Ferrère al bivacco Bionaz (840 m di dislivello, 5.15 ore a/r, E)

Da Bionaz si percorre in auto la strada per la diga di Place Moulin fino a La Ferrère (1687 m). A piedi si segue in discesa una stradina (segnavia 14) che porta alla cappella della Madonna del Carmine e a un ponte (1625 m) sul torrente Buthier. Oltre il ponte si passa accanto alle costruzioni di Pouillayes, si entra nel bosco, e si sale a lungo, costeggiando delle pareti rocciose e superando un piccolo cancello di legno. A un bivio (1907 m, 1.15 ore) si piega a sinistra per i prati della Comba d’Avée. Si scavalca una sella (2115 m), si scende nella Comba d’Arbière, si raggiunge un torrente e lo si attraversa ad un guado ben indicato con ometti. Una salita porta ai ruderi delle baite di Pra de Dieu (2274 m, 1.15 ore). Una seconda ripida salita in un arido vallone conduce a una selletta e poi al bivacco (2530 m, 0.45 ore).
In discesa occorrono 2.15 ore.

Cosa fare dal bivacco

Escursioni: un interessante itinerario conduce al Col de Luseney e al bivacco Reboulaz.
Alpinismo: la meta più interessante è la Becca di Luseney (3503 m, AD).

Foto: Ljuba Krutikova-Luciani

La guida

Scopri gli altri itinerari pubblicati nella guida I Rifugi della Valle d’Aosta

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Il Rifugio Fuciade: escursioni in Val di Fassa e buona cucina

Adagiato in una vasta area prativa, il Rifugio Fuciade in Val di Fassa è molto apprezzato per la bella architettura in legno e per l’ottima accoglienza. Ce lo consiglia Alberto Campanile, autore della nuova guida Sentieri e Rifugi del Gusto. I sapori delle Dolomiti e delle Valli Trentine.

Il Rifugio Fuciade è una piacevole meta per gli amanti della buona cucina, lo chef Martino vizia gli ospiti con piatti della tradizione ladina, talvolta rivisitati con creatività, sempre ben presentati. Seduti all’aperto o nelle belle sale interne, si gustano tomino in crosta di pistacchi, radicchio e composta di pomodoro, spaghetti di patata con fonduta di malga tartufata, tagliata di cervo al miele di timo, aceto balsamico e pinoli, stinco di agnello con purea di mele, tortino caldo alle mele con gelato ai frutti di bosco e crema al Traminer, il tutto a quasi 2000 metri d’altezza, tra i più integri e suggestivi paesaggi delle Dolomiti.

Quota 1982 m
Posti letto 20
Apertura dai primi di giugno a metà ottobre e dai primi di dicembre a metà aprile
Telefono 0462.574281
Web www.fuciade.it

rifugio fuciade

Come arrivare al Rifugio Fuciade

La struttura è accessibile solo a piedi nel periodo estivo con servizio navetta da concordare, mentre in inverno si effettua il servizio di motoslitta, previa prenotazione.
A chi vuole raggiungere il Rifugio Fuciade a piedi consigliamo di lasciare l’auto al Passo di San Pellegrino (1918 m), nell’ampio parcheggio di fronte alla chiesetta. Da qui si procede lungo la rotabile in direzione Falcade, dopo circa 200 metri si gira sulla sinistra. Arrivati al vicino Rifugio Miralago (1920 m), si continua per comoda sterrata, adatta anche ai passeggini (segnavia 607 e Alta Via n. 2, 0.45 ore).

Escursione a piedi dal Rifugio Fuciade

Alle trincee di Cime Cadine

Questa escursione, che dall’incantevole piana di Fuciade (o Fuchiade) si inerpica lungo l’ertissima Valle delle Cirelle, ci permette di raggiungere le postazioni di guerra della panoramica Cima Cadine orientale. È la prima (dal Passo di San Pellegrino), ma anche la più alta e la più facile da raggiungere delle tre Cime Cadine. La parte iniziale del percorso è bellissima e adatta a tutti. È da Busc de la Tascia fino alla Forcella Cirelle che diventa un itinerario per escursionisti esperti ed allenati. Bisogna infatti risalire due ghiaioni, ripidissimi e franosi. Quelli da “un passo avanti e due indietro”, per intenderci. Ecco che in questo caso vengono utili i bastoncini. Che saranno non meno utili quando, in un decimo del tempo che avremo impiegato in salita, scenderemo a balzelloni le medesime ghiaie. Non a caso in guerra i soldati italiani avevano installato lungo il percorso numerose teleferiche, dette in dialetto “cirele” o “zirele”, per rifornire la prima linea. Da qui deriverebbe il toponimo (almeno secondo l’interpretazione di alcuni).

Punto di partenza Rifugio Fuciade (1982 m)
Punto di arrivo Cime Cadine (2885 m)
Tempo 3 ore in salita, 1.45 ore in discesa
Dislivello 900 m
Difficoltà EE
Periodo consigliato da metà giugno a ottobre
Segnaletica 607
Cartografia Tabacco foglio 06 Val di Fassa e Dolomiti Fassane

La descrizione dettagliata dell’itinerario completa di mappa e foto è pubblicata nella nuova guida Sentieri e Rifugi del Gusto. I sapori delle Dolomiti e delle Valli Trentine.

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Esce la nuova guida “I Rifugi della Valle d’Aosta”

Finalmente disponibile la guida I Rifugi della Valle d’Aosta di Stefano Ardito dove sono descritti 152 tra rifugi, bivacchi, dortoir e posti-tappa per chi ama l’escursionismo, l’alpinismo e lo sci.

Sui monti della Valle d’Aosta, da sempre, i rifugi sono dei punti di appoggio importanti. I più noti, che spesso sono i più ricchi di storia, sorgono ai piedi delle grandi cime, dal Monte Bianco al Cervino, e dal Gran Paradiso al Monte Rosa. Per arrivarci, di solito, si deve faticare non poco.
Nati come dei semplici campi-base per gli alpinisti diretti ai ghiacciai e alle vette, i rifugi sono diventati delle mete anche per chi ama soprattutto i sentieri. Il Vittorio Emanuele II sul Gran Paradiso e il Quintino Sella al Félik, l’Oriondé ai piedi del Cervino e il Monzino nel cuore del Bianco emozionano chi li raggiunge per l’ambiente, i panorami e la storia. Oggi molti di loro hanno dei servizi comodi. Ma restano i luoghi dell’avventura e dello sforzo.
A poca distanza dalle strade, o accanto agli impianti di risalita, s’incontrano rifugi dal carattere diverso. Baite, ristoranti d’alta quota, posti-tappa lungo le Alte vie o i Tour più belli (del Monte Bianco, del Grand Combin, del Cervino…) sono mete di passeggiate in famiglia, possono essere raggiunti anche dai villeggianti più tranquilli. Molti lavorano soprattutto d’inverno.
Altri rifugi valdostani raccontano storie diverse. I bivacchi d’alta quota, spesso a ore e ore di marcia dal fondovalle, accolgono chi ama la wilderness e la fatica. Alcuni rifugi famosi, come il Vittorio Sella al Lauson, derivano dalle “case di caccia” usate un secolo e mezzo fa da Vittorio Emanuele II.
La Capanna Margherita, sorta nel 1893 sui 4554 metri del Monte Rosa, è uno straordinario approdo ad alta quota. Nelle zone più impervie del Bianco, da qualche anno, si montano rifugi e bivacchi prefabbricati, spesso con forme bizzarre e soluzioni tecniche d’avanguardia.
La guida che state leggendo è giunta alla terza edizione, e in ognuna l’autore ha dovuto dar conto al lettore di piccole o grandi novità. Anche se la tradizione è importante, i modi di andare in montagna (e quindi di costruire rifugi) cambiano anche in Valle d’Aosta.
Ma se il confort di rifugi e bivacchi si evolve, i piaceri che cerchiamo in montagna restano grosso modo gli stessi. Le ascensioni su roccia o sui ghiacciai che si ritirano in fretta, le albe e i tramonti a osservare stambecchi e camosci. I panorami offerti dai sentieri che permettono di salire di quota e di tornare ogni sera in fondovalle. Senza i rifugi, lo sappiamo, la nostra esperienza tra i monti sarebbe più povera. Andar per rifugi è bello, e fa bene.

Stefano Ardito

La guida

rifugi della valle d'aosta

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